Colpo di scena. La sentenza ribaltata - Romani 3,21–31
Nella chiesa di Roma c’erano gruppi che si accusavano a vicenda. Fondamentalmente c’era un conflitto tra credenti di origine ebraica e credenti di origine non ebraica (cap. 14). Andavano d’accordo su molto, ma litigavano spesso. Quando si trattava di mangiare insieme, affioravano contrasti forti su cosa si dovesse o non dovesse mangiare. Quando ci si doveva mettere d’accordo su quando vedersi per il culto, alcuni dicevano il sabato, altri un giorno qualunque. C’era una spaccatura, con accuse reciproche di malvagità e di inferiorità.
Per aiutarli a risolvere il problema, Paolo li invita ad avere Dio come giudice e la Parola di Dio come legge. Prima sono coloro che vengono dal paganesimo a essere giudicati. In effetti, davanti alla legge di Dio, loro sono tutti peccatori e colpevoli (cap. 2). Poi, però, l’esame dei giudei rivela che anche loro sono tutti peccatori e colpevoli (3,1-8). La sentenza è allora la stessa per tutti: davanti a Dio sono tutti peccatori e colpevoli (3,9-18). Questo non vale solo per i componenti della chiesa di Roma, ma Paolo amplia il discorso a tutta l’umanità, noi compresi. Anche per questo la lettera ai Romani è diventata forse il documento apostolico più letto nella storia della chiesa: perché parla di tutti e parla a tutti, come del resto la Bibbia intera. La lettera ai Romani dice a tutti che, davanti a Dio, non possiamo giudicare gli altri, ma siamo giudicati da Lui. Davanti alla Legge di Dio, non siamo migliori degli altri, ma siamo tutti trasgressori. La sentenza è uguale per tutti, senza distinzioni di provenienza, religione, etnica, ceto sociale.
A questo punto, però, c’è un colpo di scena! Gli imputati che sono condannati non possono fare niente: sono impotenti e incapaci di cambiare il corso delle cose. Non è da loro che viene il colpo di scena. Il colpo di scena viene da Dio e sconvolge tutto. Ci sono quattro passaggi che capovolgono la storia.
1. Qualcuno ha pagato con la vita (21-25)
Il colpo di scena è introdotto dall’avversativo “però” e dall’avverbio “indipendentemente” (v.21). Una coppia che dice: ehi, inizia un nuovo film. Gli imputati sono passivi e impossibilitati a fare alcunché. Ciò che avviene, accade fuori di loro e indipendentemente da loro. Cosa sta succedendo qui? Succede che il Giudice (Dio Padre) presenta Gesù Cristo (Dio Figlio incarnato) come “sacrificio propiziatorio” (v.23).
Che significa? La legge condanna tutti e tutti devono pagare con la morte. Qualcuno deve pagare la pena; qualcuno deve ripagare il danno subito; qualcuno deve espiare la colpa; qualcuno deve ripristinare il torto. Gli imputati colpevoli possono solo subire la giusta condanna e basta. E allora?
E allora interviene un Sostituto che rimpiazza gli imputati e riceve su di sé la pena che doveva essere pagata da loro, ottenendo al contempo la soddisfazione del Giudice secondo la legge. Il colpo di scena non è una semplice decisione del Giudice senza che niente accada, ma consiste nel fatto che la pena viene pagata con la morte da un Terzo che sconta la condanna al posto dei condannati. Quest’ultima è tolta non per una decisione unilaterale del Giudice ma perché Qualcuno ha pagato il prezzo con la sua morte sostitutiva. Questa è la prima svolta.
2. Il Giudice dichiara il caso chiuso (24-26, 30)
Il sacrificio di Gesù ha una conseguenza immediata. Per lui stesso significa la morte, ma per il Giudice significa la chiusura del caso. Visto che la pena è stata pagata, il sacrificio di Gesù ha “propiziato” il Giudice, cioè ha avuto come effetto il cambiamento di atteggiamento, la pacificazione, la soddisfazione di Dio Padre.
Con la morte di Gesù, il Sostituto, giustizia è fatta e il Giudice, vedendo che la pena è stata pagata alla croce, dichiara il caso chiuso. Questa è la giustizia di Dio di cui si parla ben 4 volte ai vv.21,22,25,26. La giustizia di Dio esige la condanna che è stata applicata nel sacrificio di Gesù; la stessa giustizia riconosce il valore dell’opera sostitutiva di Cristo. Ora, il capo d’imputazione cade grazie al sacrificio di Gesù e la pena è espiata grazie al sangue di Gesù. La condanna è tolta perché eseguita e il Giudice l’ha cancellata.
3. Il perdono si riceve credendo (22, 28)
Amici, bisogna capire questo punto. Qui Paolo sta usando il linguaggio legale. Il caso giudiziario è chiuso perché la condanna è stata pagata. Questa è la giustizia di Dio. Questo hanno capito i Riformatori del Cinquecento (Lutero, Calvino e tutti gli altri). Contrariamente a quanto insegna il cattolicesimo, la giustizia di Dio non è una dose che viene infusa in noi che ci rende un po’ più giusti. No, è la dichiarazione legale che il giudizio di Dio è stato eseguito e che il caso giudiziario contro i peccatori è chiuso. È una giustizia che viene dichiarata da Dio come compiuta e imputata a noi.
Vuol dire allora che tutti sono giustificati? Vuol dire che il sacrificio di Cristo vale per tutti, indiscriminatamente? No. Qui dice che la giustificazione avviene “mediante la fede” (vv.22,28,30), la fede in Gesù Cristo. Non è un provvedimento urbi et orbi, che vale per tutti gli esseri umani. Vale per chi crede in Cristo. Vale per i credenti. Vale per chi invece di avere fede in sé stesso o in qualcosa, ha fede in Cristo, Colui che ha pagato con la sua vita il prezzo della nostra salvezza. Senza fede in Cristo, la sentenza di condanna grava ancora su di noi e sarà eseguita su di noi al giudizio finale. Con la fede in Cristo, la sentenza è stata eseguita su Cristo e noi, credendo in Lui, riceviamo i benefici del suo sacrificio sostitutivo.
Per questo, Lutero e Calvino e gli evangelici di ogni tempo parlavano della “giustificazione per fede soltanto”. Non per opere, non per meriti, non per iniziativa dei colpevoli e nemmeno sulla base del miglioramento del loro comportamento. Non succede perché diventiamo più giusti o perché riceviamo i sacramenti. No, giustificati per fede soltanto significa che siamo giustificati solo perchè Cristo, dando la sua vita per la nostra, ha chiuso il caso per noi e noi, credendo il Lui, ci vediamo accreditata, imputata la sua giustizia.
La chiesa antica a Roma doveva capire questo. La Roma religiosa ha scambiato il messaggio della giustificazione per fede in un invito a diventare più bravi e non lo ha ancora capito. Lo hai accettato tu?
4. Nessuno si deve vantare (27-30)
Dunque, riassumiamo quello che scrive Paolo: siamo tutti peccatori, siamo tutti colpevoli davanti a Dio, Gesù ha pagato con il suo sangue e chi crede in Lui viene dichiarato giusto. Chi crede in Lui, giudeo, romano, greco, donna, uomo, ricco, schiavo, nobile, intellettuale, analfabeta, che mangia tutto, che mangia kosher, … chi crede in Lui è giustificato allo stesso modo dallo stesso Dio per mezzo dello stesso Gesù Cristo.
Allora, se così è, nessuno si vanti (v.27). Nessuno si creda superiore, nessuno si creda migliore, nessuno giudichi l’altro in base a pratiche culturali legittime e a modi di vivere diversi. Dio è solo dei giudei (v.29)? No. Dio è il Creatore di tutti e, in Cristo, il Salvatore di tutti i credenti, che siano giudei o di altre provenienze (v.30). La giustificazione per fede elimina i giudizi culturali tra noi: “siamo migliori”, “sei peggiore”, “siamo più bravi”, “sono più giusto”, “sei meno meritevole”, ecc. La chiesa è la famiglia dei giustificati per fede soltanto. Per questo possiamo stare insieme, vivendo le nostre differenze non come occasioni di conflitto e di scontro, ma come testimonianza che la nostra unità ci è stata donata dall’alto. Siamo stati dichiarati giusti tutti allo stesso modo, tutti dallo stesso Signore, tutti per mezzo dello stesso sacrificio, tutti mediante la stessa fede.
“Roma nun se salva da sola”. Si salva grazie a Cristo soltanto, per fede soltanto. Tu non ti salvi da solo. Ti salvi grazie a Cristo, per fede soltanto.