Depravati come siamo - Romani 1,18–32
Quello che abbiamo letto è il ritratto di tutti noi. È uno specchio in cui viene riflessa la mia e la tua immagine: non quella degli altri soltanto. Questo ritratto include tutti i romani a cui Paolo scrive, tutti i romani di oggi, include tutte le donne e gli uomini di ogni tempo e di ogni residenza. È un ritratto tanto drammatico quanto realista. È il lato oscuro che tutti abbiamo. È lo stato di peccatori che tutti siamo.
Perché lo scrive? Perché fa parte della sua strategia per aiutare i credenti a Roma ad affrontare i problemi che hanno. La chiesa ha Roma ha tanti pregi, ma è anche afflitta da spaccature. Dobbiamo aspettare il cap. 14 per capire di cosa si tratta nello specifico. Lo vedremo meglio in seguito, ma per ora possiamo dire che la chiesa sta litigando sul cibo e sul tempo. Nelle agapi (pasti fraterni), sono ammessi tutti i cibi o solo quelli kosher (secondo la tradizione giudaica)? Alcuni sostengono la prima tesi, altri la seconda. Per quanto riguarda il tempo, le riunioni della chiesa si devono tenere in giorni qualsiasi, a seconda delle possibilità, o solo in giorno di shabbat (secondo la tradizione giudaica)? Alcuni sostengono la prima tesi, altri la seconda. La diatriba sul cibo e sul tempo sta dilaniando la chiesa. Chi si sente superiore, chi giudica gli altri come inferiori. Chi disprezza chi la pensa diversamente, chi denigra l’altro gruppo.
Venuto a sapere di queste discussioni, Paolo vuole aiutare la chiesa a trattarle in modo cristiano secondo l’evangelo di Gesù Cristo. Per farlo, parte da questa descrizione del cuore umano che riguarda tutti, senza distinzione. Per arrivare ad affrontare il problema del cibo e del tempo, deve abbattere il pregiudizio di superiorità che tutti hanno nei confronti degli altri. Deve ricordare loro che agli occhi di Dio non ci sono buoni e cattivi, bravi e malvagi, nemmeno migliori o peggiori: siamo tutti peccatori, tutti depravati, tutti deviati, tutti ribelli. Anche io, anche tu. Anche Maria che, contrariamente al dogma cattolico (1854) non è stata preservata dal peccato, ma è stata anche lei sulla stessa barca di tutti.
Sei pronto a farti descrivere dalla Parola di Dio? Sei pronto a mettere in discussione il pregiudizio di essere una “brava” persona? Sei pronto a farti provocare da questa diagnosi tagliente, ma liberante? Eccola riassunta in tre punti che smontano dei “miti” radicati nella nostra cultura.
1. Soppressori della conoscenza Dio
Può essere una sorpresa, ma il ritratto di Paolo dice che gli atei non esistono. Nonostante quello che molte persone hanno detto nel corso dei secoli sostenendo l’ateismo e ancora oggi quando dicono di essere atei, non ci sono atei sulla faccia della terra. In realtà, tutti conosciamo Dio. Dio si è fatto conoscere dall’inizio della storia e si fa costantemente e chiaramente conoscere a tutti (v. 19). Nessuno può dire: io non conosco Dio. Guardando fuori da sé e dentro di sé, non si può evadere la conoscenza di Dio. Tutti hanno conosciuto Dio (v.21; 32).
Il nostro problema non è l’ateismo (=la negazione di Dio), ma il tentativo di sopprimere la conoscenza di Dio. Qui Paolo parla di “soffocamento” (v.18). Dio si fa conoscere, ma noi cerchiamo di reprimere, nascondere, schiacciare, schermare, coprire la conoscenza di Dio. Dio si fa conoscere a tutti, ma invece di riconoscerlo e di ringraziarlo (v. 21), abbiamo usato male la testa e il cuore: ci siamo dati a ragionamenti vani e abbiamo spento la luce del cuore (v.21). Perciò siamo diventati stupidi (v.22) e abbiamo costruito dèi ad immagine di essere umani o animali (v.23). Dio si fa conoscere, ma noi abbiamo tenebre davanti agli occhi e ghiaccio intorno al cuore, così da costruirci i nostri idoli.
Chi non adora Dio non è che non adori niente o nessuno: adora qualcos’altro o qualcun altro, frutto del pensiero deviato e del cuore deviante. Non esistono gli atei e non esistono gli indifferenti. Siamo tutti adoratori perché Dio ci ha creati così. La nostra follia è di soffocare la conoscenza di Dio e di sostituirla con la nostra immaginazione deviata. È così anche per te?
2. Inescusabili di fronte al giudizio di Dio
Non ci sono atei, solo soppressori e manipolatori della verità. Questo è ul primo “mito” che Paolo demolisce. Il secondo “mito” riguarda la nostra innocenza. Era diffuso al tempo di Paolo, è diffusissimo oggi. “Se sono così, non sono responsabile”. “Che colpa ne ho io?” “Non ho niente di cui scusarmi”. “Faccio quello che voglio e non devo rendere conto a nessuno”. “Se Dio se la prende con qualcuno, quello non sono io: che male ho fatto?”. Questo è il mantra con cui cresciamo e la bugia che inquina le nostre vite.
In realtà, tutti siamo inescusabili (v.20). A Dio dobbiamo rispondere tutti e siamo tutti trasgressori e rei. Tutti siamo soffocatori della verità, tutti siamo pervertitori della conoscenza di Dio. Non ci sono gradazioni o scale di maggiore o minore responsabilità. Su questo punto cruciale, siamo tutti colpevoli allo stesso modo, senza appello, senza scusanti, senza eccezioni.
Nella visione di Dio, ciò significa che siamo meritevoli di subire la sua ira (v.18). Il mondo non ha un destino aperto ed incerto. Tutto va verso il giudizio di Dio che lo eseguirà con imparzialità ma non assolvendo tutto e tutti. La sua giusta e santa ira troverà nel giudizio la perfetta soddisfazione della sua santità. Anche questo è uno schiaffo alla nostra autostima. Per cercare di rendere “tollerabile” ed “accettabile” il giudizio di Dio, si è imposta l’idea che esso sarà una formalità cui seguirà l’assoluzione generale annegata nella sua “misericordia”. Anche questa è una manipolazione della verità. Certamente Dio è misericordioso, ma lo stesso Dio è santamente irato, giustamente arrabbiato ed esegue perfettamente il suo giudizio. Su tutti, nessuno escluso, anche su di noi.
3. Perversi se abbandonati da Dio
Come se non bastasse, c’è un terzo schiaffo che questo testo ci molla. Sopprimendo la conoscenza di Dio, Dio ci abbandona a noi stessi, ci dà quello che vogliamo, ci lascia andare alla deriva. Per ben tre volte Paolo dice che Dio li ha “abbandonati”: all’impurità (v.24), alle passioni infami (v.26), alla loro “mente perversa” (v.28). Dio si fa conoscere a tutti; noi cerchiamo di sopprimerlo e Dio ci lascia fare. È come se dicesse: “volete così? E allora pagatene le conseguenze subito in attesa del mio giudizio finale”.
Il giudizio di Dio incombe su di noi, ma ci sono anche mille altre conseguenze devastanti ed immediate. Siccome è rovinato il rapporto con Dio, sono rovinati tutti gli altri rapporti. Visto che soffochiamo la conoscenza di Dio, tutta la vita è strozzata.
Qui c’è un catalogo del disastro della notra vita. Ci sono disordini nelle passioni amorose (vv.26-27): donne si infiammano per altre donne; uomini si accendono per altri uomini. Si generano conflitti relazionali e sociali, scompensi comportamentali, abusi nel linguaggio, fratture in famiglia, scontri di ogni genere (vv.29-31). La sola lettura di questa lista terribile fa venire la pelle d’oca. Il drammatico paradosso della nostra follia è che subiamo le conseguenze e le sofferenze di questo stravolgimento, approvando chi commette tutto ciò (v.32). Di fronte a questo disastro, invece di pentirci ed invocare il perdono del Signore, ci consideriamo intelligenti (v.22).
Dio ci dà quello che vogliamo: non riconoscendoLo, abbiamo sovvertito la vita mettendo sottosopra tutto e deformando ogni cosa! Che bel risultato che abbiamo ottenuto! Che eroi che siamo!
Il nostro testo si chiude qui, ma la lettera ai Romani prosegue, così come il nostro culto. La Cena del Signore che ci apprestiamo a consumare è il memoriale dell’amore di Dio manifestato in Gesù Cristo per gli antichi e i nuovi romani. Noi non avevamo speranza di risolvere il caos che abbiamo causato. Il Padre ma mandato il Figlio per essere il nuovo Adamo, il nuovo uomo.
Gesù non ha soppresso la conoscenza di Dio ma l’ha manifestata. Gesù, non avendo fatto nulla per meritare il giudizio del Padre, ha preso su di sé il nostro morendo in croce. Gesù, caricandosi dei nostri peccati, è stato abbandonato dal Padre per permetterci di essere riaccolti. In lui la “giustizia di Dio” è stata eseguita e soddisfatta ed è rivelata per fede (1,17).
Ecco perché, grazie all’opera di Cristo, il giusto vivrà per fede. Se hai creduto in Lui, sei benvenuto alla tavola dei salvati, dei pentiti, dei giustificati, dei viventi.