Da fede a fede - Romani 1,14–17

Romani 1,14-17 è la sintesi della lettera ai Romani, ne è il suo biglietto da visita. La giustificazione per il peccatore attraverso la sola fede in Gesù Cristo.

 

Queste parole di Paolo hanno scosso la chiesa del primo secolo e, più recentemente, 1500 anni dopo, hanno riscritto la nostra storia attraverso un uomo definito poi dalla chiesa romana del tempo un “cinghiale selvatico; un monaco ribelle”: Martin Lutero.

 

Attraverso Romani 1,16-17, Dio toccò il suo cuore e cambiò per sempre la sua vita. Fu una svolta, un momento decisivo che più avanti descrisse in questo modo:

 

“Allora mi sentii come se fossi nato di nuovo, e mi sembrò di essere entrato attraverso porte spalancate nel paradiso stesso. Subito tutta la Scrittura mi apparve sotto un aspetto diverso”[1]

 

Lutero e la storia della chiesa non furono più gli stessi. La mia preghiera è che, come per quel monaco ribelle, queste Parole ci sconvolgano oggi. Andiamo nel testo più da vicino e lasciamo che Dio parli ai nostri cuori per l’avanzare della nostra vita e della chiesa a Roma:

 

1-     La potenza che vince la tua vergogna 

Paolo inizia il versetto 16 ricollegandolo con quelli precedenti. L’apostolo è pronto (15) ad annunciare il vangelo, la buona notizia di Cristo, senza vergogna. Perché esso è potenza che salva attraverso la fede.

 

La potenza che salva non viene dal seguire la legge ebraica, come dice l’Apostolo che, sebbene utile, non può far altro che rendere più evidente il nostro bisogno di Cristo (3,20). Non viene neanche dalla volontà o dalla capacità di compiere opere benevoli (9,16), né da un’appartenenza etnica (10,12) o da un potere giuridico o imperiale (13,7).

 

La potenza che salva viene dal vangelo di Dio, la buona notizia dell’opera di salvezza compiuta dal salvatore Gesù Cristo. In questa lettera Paolo ci dice che il vangelo vivifica il peccatore (8,11), dona fede (10,17), riempie di gioia e pace (15,13), santifica (15,16), opera nell’annuncio (15,19) e fortifica (16,25).

 

Quando comprendiamo la nostra vita alla luce della scrittura, il vangelo ci spoglia, mette in mostra le nostre mancanze (2,16) e ci espone alla condizione di peccato. Offende il nostro orgoglio. Ci mostra che abbiamo fallito, che non siamo capaci di garantirci una salvezza da noi stessi. Il vangelo ci rivela che siamo peccatori esposti all’ira del Padre (1,18). Ci toglie tutta la nostra autonomia e ci espone alla vergogna.

 

La buona notizia, è che Gesù Cristo ha coperto questa vergogna espiando sulla croce il peccato di chi crede in Lui. Così come Dio sacrificò degli animali per coprire la vergogna di Adamo ed Eva (Gen 3,21), così come il popolo d’Israele disobbediente sacrificava un agnello senza macchia per il suo peccato (Lev 4), il sacrificio di Gesù copre la vergogna del peccato di chi pone la sua fiducia in Lui.

Nel contesto del primo secolo ed in quello in cui viviamo, il vangelo è rigettato, rifiutato e deriso. Per il mondo esso e pazzia ma per chi ha creduto nel Dio Figlio esso è la potenza di Dio (1 Cor 1,18).

Questa è la potenza che permette di vivere con coraggio in contesti ostili al vangelo o distorti da un vangelo delle opere, come vediamo nella nostra città.

 

Come Paolo possiamo essere pronti e senza vergogna. Infatti, la vergogna davanti all’annuncio pubblico di un messaggio così controculturale cade davanti alla potenza della salvezza compiuta da Gesù Cristo.

 

L’apostolo mette in guardia i Romani dal cercare potenza in altro che non sia il vangelo di Cristo. Roma non si salverà per tradizione, per cultura, per religiosità o per appartenenza ecclesiale. Né nel primo secolo, ne 500 anni fa, ne oggi. Solo la potenza del vangelo salva.

 

Chiediamoci in cosa stiamo cercando la potenza di cambiare? Dietro cosa nascondiamo la nostra vergogna? In uno status sociale, in una autorevolezza economica o sociale?

 

Fratelli e sorelle non dobbiamo aver vergogna perché in Cristo possiamo confidare nella potenza del vangelo che salva ancora oggi.

 

Una nota personale: è stato più semplice parlare del vangelo in piazza davanti a più persone travestito da Lutero che aprire il cuore ai miei colleghi e dire a voce bassa, “hai bisogno di conoscere Gesù”.

Confidiamo nella potenza del vangelo che ci libera dalla vergogna per essere un popolo di annunciatori della buona notizia.

  

2-     La salvezza che ci unisce nella fede

Il vangelo è per la salvezza di chiunque crede, che esso sia di origine giudaica o gentile (16).

Tutte le nazioni, ci dice l’Apostolo, sono sotto l’ira di Dio a causa del peccato (1,18-32) ma in Gesù, chiunque ha posto la sua fede in Lui è stato innestato nell’albero della famiglia di Dio (11,17). Dall’antico Testamento, il Signore ha sempre portato avanti il patto con il suo popolo, mantenendosi un residuo che ora, ci dice Paolo, è costituito da coloro che credono in Gesù (4). Il Dio di Abrahamo, Isacco e Giacobbe, per mezzo della fede in Cristo è anche il Signore dei gentili ed incirconcisi (3,28-30). La salvezza genera una nuova famiglia in Cristo.

 

Nel contesto della lettera una delle sfide che Paolo descrive erano le divergenze nella chiesa a Roma tra i gruppi di origine giudaica e quello dei gentili. Dio, ci dice l’Apostolo, unisce la sua chiesa oltre le divergenze etniche, sociali, anagrafiche e linguistiche (14,17).

 

La lettera ai Romani invita a predisporsi al cambiamento per vivere la perfetta unione della chiesa in Cristo (Gv 17) oltre le differenze ma dentro il confine della sola Fede. Solo chi crede in Gesù ha la benedizione di diventare parte della grande famiglia di Dio.

 

La chiesa fedele è chiamata oggi ad opporsi con coraggio a moti ecumenici che mettono in discussione il principio della salvezza per sola Fede. Non possiamo accettare un’unione fondata sull’amministrazione del sacramento del battesimo o sulla condivisione di punti teologici. È la sola fede in Cristo che rende parte di questa grande famiglia.

 

La chiesa del Signore non ha confini umani ma presenta un limite: essa e costituita da chiunque crede per Sola fede.

 

La potenza della salvezza abbatte le divisioni nella chiesa, perciò, predisponiamoci ad accogliere chi è diverso da noi. Lasciamoci arricchire dalla diversità che Dio ha donato alla nostra chiesa per essere un popolo unito in Cristo per la sola fede. Investiamo in incontri, cerchiamo chi è diverso da noi per ricevere dal Signore le sue ricchezze e le sue benedizioni. Amiamoci e serviamoci gli uni gli altri, attraverso la preghiera, l’incoraggiamento e l’aiuto.

 

Rimaniamo vigili sui tentativi di comunione che vogliono aggirare il principio della sola fede. Per questo come chiesa siamo parte dell’Alleanza evangelica, per questo facciamo parte di reti fedeli con le quali camminiamo in incoraggiamento reciproco, per questo manteniamo il discernimento nella nostra chiesa.

 

Qui a Roma non cerchiamo numeri ma cuori fedeli.

 

Fratelli e sorelle, guardiamo alla ricchezza di differenze che abbiamo nella nostra chiesa: siamo uomini, donne, bambini, giovani e adulti. Siamo uno splendido mix di vocazioni professionali, culturali e caratteriali. Siamo benedetti con doni e talenti da ogni parte del mondo.

Predisponiamoci nell’unione della salvezza per la sola fede.

 

3-    La giustizia che ti dona la vita                             

La giustizia di Dio si rivela per fede ed il giusto per fede vivrà (17). Da fede a fede. Abbiamo parlato dell’unione tra i credenti per sola fede, e qui Paolo ci presenta il caposaldo sul quale, come disse Martin Lutero, la chiesa sta in piedi o cade: “la giustificazione per sola fede”. Piu di 500 anni fa, il monaco, (che non era ancora ribelle), non trovava conforto davanti alla giustizia di Dio. I suoi atti, le sue confessioni, le sue penitenze, il privarsi del cibo, della luce, al freddo del nord Europa non bastavano a placare il senso di ingiustizia che percepiva davanti al suo essere peccatore. Lutero meditava giorno e notte su questo testo. Il monaco agostiniano era schiacciato dal senso della sua ingiustizia davanti Dio. Queste Parole aprirono i suoi occhi. Collegando il testo ad Abacuc 2,4 capì che la salvezza, la giustificazione per il peccatore è per la sola fede in Gesù Cristo. Non per opere, non per penitenze ma per la potenza del vangelo. La giustizia di Dio è quella che ci dichiara giusti attraverso la fede in Gesù Cristo. È un atto forense, immediato che non può essere cambiato dal tempo e dalla nostra mancanza di capacità. Paolo, citando Abacuc, mostra l’armonia della Parola di Dio tra l’antico ed il nuovo testamento e la linearità del piano di salvezza per il peccatore. L’apostolo scrive che la vita viene dalla fede ed è per fede che riceviamo una giustizia che non può essere meritata o conquistata ma imputata. La giustizia non si riceve da un sacramento, né da una “decisione” individuale, ma per fede, da fede a fede. Fede è notizia, assenso e fiducia.  

 

Questo è il caposaldo di tutta la lettera ai romani. È la giustizia di Gesù Cristo che ci porta alla vita, la sua opera, non la nostra non le nostre opere. Ed è questa giustizia imputata per fede che ci permette di essere trasformati dal vangelo e di essere santificati all’immagine del Figlio.

 

Ancora oggi per la chiesa romana la giustizia o è innata o è ricevuta per un sacramento e, se non è affermato apertamente lo è evidente nelle lunghe code davanti alla scala santa a pochi passi da qui. La dottrina della penitenza ancora oggi non può giustificare nessuno.

 

Fratelli e sorelle questo è il caposaldo della nostra chiesa e delle nostre vite. Paolo ci dice che siamo dichiarati giusti per fede.

 

Questa giustizia ci dona vite coraggiose, che annunciano il vangelo con potenza, che non si affidano a sé stessi per la propria santificazione ma a Dio che ha compiuto il suo piano di salvezza.

 

Roma ha bisogno di conoscere il vangelo di Cristo che compie con potenza l’opera di Salvezza attraverso la sola Fede.

 

Tu, noi abbiamo bisogno di conoscere Gesù per essere rivestiti della sua giustizia e per vivere vite coraggiose alla Sua Gloria, qui ora, ed in vista della gioia eterna alla sua presenza.

[1] D. Martin Luthers Werke. Weimarer Ausgabe, vol. 54, p.185-186.


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