Fiducia in sé sfiduciata… – Romani 2,17–3,8
Tre settimane fa siamo entrati nel tribunale di Dio, e abbiamo scoperto qualcosa di sconvolgente, cioè, che non siamo i giudici…siamo gli imputati. Ricordiamo un attimo. Alla conclusione del capitolo uno, Il Giudice è entrato. L’aula si è fatta silenziosa. Il mondo pagano è stato chiamato davanti al tribunale e le accuse state lette: ribellione, idolatria, corruzione, perversione. Poi due settimane fa nel capitolo due, abbiamo visto che mentre quella lista veniva letta, molti nella sala annuivano. “È vero! È giusto! Sono colpevoli!” Se ricordiamo bene, il Giudice si girava dicendo: “Tu che giudichi…se senza scusa perché fai le stesse cose”. E in un attimo, chi pensava di essere spettatore si ritrova sul banco degli imputati. Perché nel tribunale di Dio, non ci sono spettatori, ma solo imputati.
Ora il processo continua. Non siamo usciti dall’aula del tribunale ancora. E questa volta, sotto esame, non è più solo il mondo pagano, ma l’uomo religioso. I Giudei. I Giudei avevano grandi privilegi, essendo il popolo scelto da Dio per rivelarsi al mondo, e attraverso cui il Messia era arrivato. Erano, per così dire, i più sicuri in aula. Ciò che Paolo annuncia ora scuote profondamente questa sicurezza. Ed è per questo che iniziano a contestare l'affermazione di Paolo secondo cui tutti sono sotto processo. Paolo non ha alcun problema con gli ebrei. Lui stesso era uno di loro. Anzi, li amava. Li amava abbastanza da dire loro la verità. E qual è questa verità? Che la fiducia in se stessi non regge davanti a Dio.
E lo stesso vale per noi. Perché come gli ebrei, anche noi possiamo essere religiosi, conoscere la verità, avere le parole giuste, portare le etichette giuste…e tuttavia essere colpevoli davanti a Dio. Quindi, fermiamoci un attimo. Se fossi tu in quell’aula, su cosa staresti confidando? Nella tua conoscenza? Nella tua vita morale? Nel fatto che non sei come gli altri? O forse nel fatto che sei cresciuto in chiesa, che conosci le risposte giuste, che porti un’etichetta evangelica.
Quello che Paolo ci sta per dire in questi versi e che il pericolo più grande quando stiamo davanti al Tribunale di Dio, non è solo essere lontani dalla verità…ma essere vicini e confidare in sé stessi. Ora, la Parola di Dio presenta le prove. E proprio ora, ogni falsa sicurezza comincia a crollare.
Fiducia in sé sfiduciata. La fiducia in noi stessi viene smascherata, demolita, quando siamo messi davanti alla verità di Dio. E questo accade in tre momenti molto concreti: Quando dico ma non faccio; quando mostro ma non sono. Quando contesto Dio ma non me stesso.
1. quando dico ma non faccio (2,17–24)
Fiducia in sé sfiduciata…quando dico ma non faccio. Ora nel tribunale vengono chiamati i testimoni e vengono presentate le evidenze. Ma il colpo di scena scioccante è questo: la vita dell’imputato, in questo caso la vita dello stesso ebreo, contraddice la sua difesa. Nei versetti 17–20 Paolo smaschera la sicurezza e la presunzione del religioso che dice: “Sono ebreo, conosco la Legge, conosco la volontà di Dio. La INSEGNO agli altri! Sono una GUIDA spirituale!”
Ma ora arriva la domanda incrociata nel verso 21: “Tu che insegni agli altri… non insegni a te stesso?” In altre parole, dici… ma non fai. In quel momento diventa chiaro che, sebbene le tue affermazioni possano essere vere riguardo alla tua conoscenza, e alla tua responsabilità di possederla; sebbene tu possa avere anni di servizio nell’insegnare agli altri la Legge di Dio—non rubare, non commettere adulterio— ….. non fai forse la stessa cosa?
Qual è il punto di Paolo? Eccolo: Solo poiché conosciamo le cose giuste, solo poiché facciamo le cose giuste, spesso le nostre motivazioni sono sbagliate e ci fuorviano. Possiamo sembrare santi, pur avendo un cuore pieno di orgoglio. E Gesù denuncia questo con parole forti.
In Matteo 23 dice ai capi religiosi: “Siete come sepolcri imbiancati… belli fuori, ma morti dentro.” In Matteo 15 dice: “Mi onorano con le labbra… ma il loro cuore è lontano da me”. E le conseguenze sono gravi. Paolo dice nel versetto 24 che un simile comportamento religioso ha fatto sì che il nome di Dio fosse bestemmiato tra i non credenti. E questo non è un problema solo del primo secolo. Succede anche oggi.
Quando nella chiesa abbiamo iniziato a riporre fiducia in noi stessi, nella nostra conoscenza, nella nostra struttura, nella nostra immagine, invece che nella grazia del Vangelo e nell’opera dello Spirito, inevitabilmente arriva lo scandalo.
Vediamo ragazzi crescere in contesti evangelici dove vedono incoerenza, orgoglio, ipocrisia, rigidità e severità da parte di chi proclama la grazia,… e si allontanano dal Vangelo. Vediamo persone profondamente ferite dalla chiesa, non dal Vangelo, ma da una religione senza grazia. Vediamo intere comunità ecclesiali crollare, poiché la loro fede non era in Cristo, ma nelle persone; nei leader che dicono una cosa, ma facciano un’altra. E il mondo guarda e ride. Vede l’ipocrisia e dice: “Se questo è il loro Dio…”
La presunzione porta all’orgoglio spirituale e all’ipocrisia, e quando diciamo ma non facciamo, le nostre vite diventano un ostacolo per gli altri, uno scandalo per il Vangelo. Per questo Gesù dice che è meglio essere gettati in mare con una macina al collo, piuttosto che scandalizzare gli altri nel suo nome (Matteo 18,6). Quindi Paolo non sta parlando solo a chi sta fuori, agli ebrei o ai religiosi qui a Roma che si professano cristiani ma vivono in modo contrario. Sta parlando anche a noi.
Fiducia in sé sfiduciata…quando dico ma non faccio, e la mia incoerenza diventa scandalo davanti a Dio e agli uomini, la mia vita diventa la prova contro di me. E il problema non è che il mondo rifiuta Dio, ma un falso ritratto di Dio che vede in noi. Nel tribunale di Dio questo viene smascherato, e la difesa del religioso crolla, poiché mentre parla, la sua vita testimonia contro di lui.
2. quando mostro ma non sono (vv. 25–29)
Poi, nei versetti 25 a 29, Paolo comincia a smascherare un altro pretesto della difesa ebraica, quando gridano: “Ma io sono circonciso! Appartengo al popolo di Dio! Ho i segni esteriori giusti!” Ma il Giudice risponde: “Questo non basta!” I tuoi distintivi, i tuoi segni esteriori, non significano che tu sia innocente. I tuoi segni di identità non equivalgono alla giustizia davanti a Dio.
La circoncisione ha sempre riguardato il cuore. Questo non è una novità per Paolo, e gli ebrei lo avrebbero saputo. Nell’Antico Testamento, Dio aveva già detto: “Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore” (Deuteronomio 30,6). Attraverso i profeti Egli chiama il suo popolo a rimuovere il prepuzio del proprio cuore (Geremia 4,4), e dichiara che anche se portano il segno esteriore, sono comunque “incirconcisi nel cuore” (Geremia 9,25–26). In altre parole, è sempre stata una questione di cuore.
E così, Paolo dice che non è la circoncisione a rendere una persona gradita a Dio. La circoncisione non salva. I segni esteriori non salvano. E quindi, noi oggi diciamo che nemmeno il battesimo salva. Il battesimo non salva: è la fede in Cristo che salva. Il segno non è la realtà. Puoi essere battezzato e non essere rinato. Puoi definirti cristiano e non appartenere a Cristo. Nel nostro contesto, puoi essere battezzato, essere membro di una chiesa, portare l’etichetta di cattolico romano, o persino di evangelico. Ma ascoltate bene, i segni esterni e le etichette possono indicare una realtà, ma non la producono automaticamente.
Come battisti, noi crediamo nel battesimo dei credenti. Perché? Innanzitutto, poiché è ciò che troviamo nella Scrittura; in secondo luogo, poiché è ciò che vediamo nelle prime testimonianze della storia della chiesa. Ogni esempio che troviamo nella Scrittura di qualcuno che viene battezzato, è quello di un credente professante: qualcuno che afferma che la fede è sua, che è nato di nuovo e salvato. Non è mai un segno dato a chi non confessa la fede, né a un neonato perché possa appartenere al popolo dell’alleanza di Dio, o ricevere le benedizioni dell’alleanza come parte della Sua famiglia visibile. Il battesimo è sempre associato ai credenti professanti.
Ma gloria a Dio, i giovani possono essere credenti professanti! Gli adulti, ovviamente, possono esserlo altrettanto. Ma qui vediamo anche dove alcuni dei nostri fratelli protestanti hanno sbagliato, non portando il principio della Sola Scriptura alla sua logica conclusione. Invece, continuano una tradizione e battezzano i neonati nella speranza che il segno ricevuto diventi realtà in una futura professione di fede, piuttosto che il contrario.
Ma Paolo ci dice qui, che anche una professione di fede può essere un segno esteriore ingannevole, se non scaturisce da un cuore trasformato. Forse sei cresciuto in una famiglia cristiana. Sei stato battezzato dopo aver fatto una professione di fede. Ma la domanda rimane: è la tua fede? O è semplicemente un’identità che ti è stata data? Possiamo chiedere: ma questo significa che i protestanti battezzati da infanzia non sono nostri fratelli? Certo che no! Perché siamo uniti sulla base della nostra confessione comune: la salvezza per sola grazia, per sola fede, nell’opera compiuta di Cristo solo…non sul segno del battesimo, come molti vorrebbero sostenere.
Quanti vicini battezzati hai che non mostrano alcun interesse per Dio, la Sua Parola, e la Sua volontà? Punto!
E questo è il punto più profondo di Paolo: la vera circoncisione non è esteriore, ma interiore, del cuore, ed è opera dello Spirito, non della lettera (v. 29). Cioè, non qualcosa di esteriore, legato alla legge scritta, e alla religione visibile, o alla mediazione di un prete, ma un’opera interiore dello Spirito che trasforma il cuore quando sentiamo la parola di Dio proclamata. Non è qualcosa che produciamo noi; è qualcosa che Dio deve fare in noi. E questo cambia completamente il modo in cui viviamo la nostra vita cristiana. Poiché se Dio guarda al cuore… allora anche noi dobbiamo imparare a guardare al cuore.
Ecco perché, nella chiesa, nel discepolato, nella cura pastorale… non ci accontentiamo solo del comportamento esteriore. Ed è anche per questo che, come genitori, non vogliamo solo figli obbedienti; vogliamo figli che amino Dio con tutto il cuore. Un bambino può dire le parole giuste, può fare quello che gli viene detto… ma avere un cuore lontano dal Padre. Dio non si ferma al comportamento. Dio guarda al cuore.
Amici, nel tribunale di Dio, i simboli non sono prove. Non conta il segno che porti, l’etichetta che dici di avere, ma il cuore che hai. Fiducia in sé sfiduciata… quando mostro ma non sono, perché davanti a Dio il segno non può sostituire il cuore. Non basta dire le cose giuste. Non basta fare le cose giuste. Dio vuole il tuo cuore. Quindi, amici, in cosa metti la tua fiducia per come Dio ti vede, e per cosa lui dovrebbe accettarti? Se la risposta non è sull’opera di Dio in Cristo ma sulle tue opere o segni esteriori, Paolo ti stai dicendo che la tua difesa crollerà davanti a Dio.
3. quando contesto Dio ma non me stesso (3,1–8)
In effetti, la difesa è ormai completamente crollata, poiché l’imputato si rende conto che la sua vita lo ha smentito, e, cosa ancora più sconvolgente, che i suoi simboli religiosi non possono salvarlo. Così l’imputato cambia strategia. Invece di giudicare se stesso, nel capitolo tre da verso uno ad otto, inizia a mettere in discussione il Giudice. Però! Fiducia in sé sfiduciata…quando contesto Dio ma non me stesso.
Gli ebrei chiedono: Se è stato Dio a sceglierci, se è stato Dio a darci la Legge e ad affidarci la Sua Parola, la nostra infedeltà rende Dio infedele (vv. 1–3)? In altre parole: se noi siamo infedeli, significa che Dio è infedele? Ci si può fidare della Sua Parola ancora? O è Dio quello che ha torto? Se l’ingiustizia del popolo di Dio mette in luce la giustizia di Dio; quando Dio giudica i malvagi, anche i religiosi, questo lo rende forse ingiusto (vv. 4–5)? Poi, se Dio è in qualche modo glorificato attraverso il mio peccato, perché sono ancora giudicato come peccatore (v. 7)? E infine, se il male produce il bene, allora perché non continuare a peccare (v. 8)? La risposta di Paolo è chiara: questo è un ragionamento perverso. Questa è ribellione. Questo è il peccato che cerca di giustificarsi.
Paolo smaschera l’assurdità di queste obiezioni. Il problema non è più l’incomprensione, ma la resistenza. La questione non è più la tua difesa, ma il tuo rifiuto di giudicare te stesso con la Parola di Dio.
Giovanni Calvino disse: “Gli uomini non sono mai sufficientemente toccati e colpiti dalla consapevolezza dei propri peccati, a meno che non siano messi faccia a faccia con Dio.”
Ed è esattamente ciò che sta accadendo qui. Ma alla persona religiosa e orgogliosa risulta incredibilmente difficile guardarsi allo specchio. Pensate alle volte in cui avete accusato una persona orgogliosa, o forse eravate voi ad essere accusati. Invece di riconoscere l’accusa, avete mai ribaltato la situazione accusando l’altra persona? Mariti e mogli, sapete bene di cosa sto parlando! Invece di dire: “È vero. Hai ragione!”, diciamo: “E tu invece?”. Spostiamo l’attenzione e ribaltiamo l’accusa. Ed è proprio questo che Gesù condanna in Matteo 7,3–5: “Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, ma non ti accorgi della trave che hai nel tuo?”
Ecco il punto, siamo bravi in questo. Invece di affrontare il nostro peccato, diventiamo esperti nel sottolineare il peccato degli altri. Evitiamo lo specchio e cerchiamo il microscopio. Ecco cosa succede qui con gli ebrei. E questo accade ancora oggi nella chiesa. Quando la persona religiosa si trova di fronte alla Parola di Dio, invece di umiliarsi, si difende, fa paragoni, scarica la colpa, persino su Dio. Anche noi, a volte diciamo: “Sì, ma gli altri sono peggio”. Diciamo: “Sì, ma guarda cosa hanno fatto”. Diciamo: “È tu, Dio, che mi hai messo in questa situazione!”.
Anziché stare onestamente davanti a Dio, cerchiamo di metterlo sotto processo. Ma in quel momento, tutto diventa ancora più chiaro. Fiducia in sé sfiduciata... quando contesto Dio ma non me stesso. Nel tribunale di Dio, non è il Giudice ad essere sotto processo, ma io. E Paolo ci dirà qualcosa che cambia tutto: la Parola di Dio è sempre vera… siamo noi i bugiardi; Dio è sempre fedele… siamo noi infedeli; Dio non ha mai torto… siamo noi ad averlo.
Fratelli e sorelle, Paolo ci sta aiutando a vedere noi stessi come ci vede Dio. E i rischi, quando non lo facciamo, sono enormi, non solo per noi stessi ma anche per chi ci guarda. Non è il nostro nome a essere in gioco, è il nome stesso di Dio. Il rischio è quello di scandalizzare gli altri rispetto al Vangelo. Quando siamo incuranti o passivi nei confronti del nostro peccato; quando la nostra arroganza si fa beffe della croce,…i rischi sono enormi. Quindi, sei disposto a fare questa domanda agli altri?...
“Guarda la mia vita…cosa vedi? Quando pensi a Dio, pensi anche a me? Quando pensi a me, pensi anche a Gesù?”
Come risponderebbero i tuoi vicini, i tuoi colleghi? I tuoi figli? Tua moglie? Tuo marito?
Invece di nascondere i nostri difetti per sembrare perfetti, invece di paragonarci agli altri, guardiamo nello specchio della Parola di Dio e chiediamo: “Signore, cosa vedi quando guardi…il mio cuore?” Paolo sta rispondendo, e così facendo, ci sta mostrando un Dio che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi…ed amici, questo è esattamente il Dio di cui abbiamo bisogno.
In conclusione: Il processo sta volgendo al termine. Sono state condotte le udienze, sono state presentate le accuse, sono state esposte le evidenze. Sia i Greci che i Giudei, sia i pagani che i religiosi sono stati smascherati. Ma tu? La domanda non è: “I Giudei avevano torto?”. Non è: “Gli altri sono ipocriti?”. La domanda è: “In cosa ripongo la mia fiducia?”.
Fiducia in sé sfiduciata… perché davanti a Dio, ciò che dico non basta, ciò che mostro non basta, e quando smetto di contestare me stesso, finisco per contestare Dio.
Nell’aula di tribunale di Dio, la fiducia in sé crolla sempre. Ma questa non è la fine. In quest’ultima sezione, la fiducia in sé è stata distrutta, ed è proprio questo il punto. Finché non si arriva a riconoscere la propria insufficienza davanti a Dio, c’è poca speranza di vedere chiaramente ciò che il giudice sta offrendo. Qualcosa che Paolo rivelerà dopo che avremo ascoltato il verdetto finale nel nostro prossimo sermone.
Ma ecco un trailer: la buona notizia è che Dio non ci ha lasciati nella nostra colpa. Dio ci chiama a fare ciò che i nostri cuori orgogliosi non vogliono fare: pentirci; riconoscere la nostra colpa. Smettiamo di difenderci. Amico/Amica, la Parola di Dio ti invita proprio ora a riporre la tua fiducia, non in te stesso, ma in Gesù Cristo. Non nella tua giustizia, ma nella sua. Non nei tuoi segni, ma nella sua opera perfetta. Oggi puoi smettere di discutere con Dio, e di accusarlo, e iniziare a correre da lui. Ti accoglie a braccia aperte, come un padre amorevole. Lascia andare la tua sicurezza in te stesso e riposa in Cristo.