Qui Paolo, pronto Roma? - Romani 1,8-15

Quando sei entrato qui stasera, cosa ti aspettavi nell’incrociare i fratelli e le sorelle? Quando hai incontrato le persone, che aspettative avevi nei tuoi e nei loro confronti? Quando partecipi alla riunione di preghiera, quali pensieri riempiono il tuo cuore?

In questa sezione abbiamo Paolo che si è appena presentato ai credenti romani (vv.1-7). Prima di iniziare ad affrontare i temi che gli stanno a cuore (dalla seconda metà del primo capitolo), Paolo condivide quali sono i suoi sentimenti nei loro confronti. Qui traspare la qualità delle relazioni cristiane e la profondità dei rapporti fraterni che Paolo aveva con le persone a cui scrive. Ogni chiesa cristiana degna di questo nome dovrebbe imparare a costruire una rete di relazioni fraterne all’insegna di queste qualità e profondità plasmate dall’evangelo. Proprio a Roma, la città a cui la lettera è stata inviata, siamo una chiesa che riflette lo spessore, il calore, il sapore delle relazioni fraterne o quelle di un anonimo contesto lavorativo o del nostro condominio o della nostra famiglia di provenienza?

Quando Paolo pensa ai cristiani romani a cosa pensa? Quanto tu pensi alle sorelle e ai fratelli in Cristo, come è mosso il tuo cuore?

1. Ringrazio, dunque prego
La prima parola che Paolo spende è una parola di ringraziamento a Dio per tutti i credenti che conosce a Roma (v.8). L’ultimo capitolo (il 16) rivela che Paolo conosce tante persone a Roma: cristiani di origine giudaica, ellenistica e anche romana, uomini e donne. Avrà parole gentili e commoventi per loro, ma qui li considera tutti insieme (“tutti voi”) e li tiene tutti nel cuore con un senso di gratitudine. Paolo pensa ai credenti a Roma e il primo moto che gli viene nel cuore è uno di ringraziamento. “Grazie Signore per chi tu hai salvato a Roma”; “grazie Signore per i fratelli e le sorelle a Roma”. Se giriamo una pagina indietro, alla fine del libro degli Atti, quando Paolo finalmente va a Roma, è scritto che quando vide i credenti “ringraziò Dio” (Atti 28,15). L’ha detto e l’ha fatto. Non è solo una formalità o un esercizio di carineria. Il pensiero dei credenti a Roma accendeva il ringraziamento. È così anche per noi? Guardati intorno: puoi e vuoi ringraziare Dio per le persone che ti stanno intorno, per queste persone, prima di ogni altro pensiero e sopra ogni altro motivo? Non indifferenza, fastidio, antagonismo, competizione, pregiudizio, ma ringraziamento!

Il motivo del ringraziamento non è perché sono persone buone o amiche o della stessa età. Il motivo è dato dalla loro “fede” che è conosciuta dappertutto. È la fede donata da Dio e ricevuta da chi mi sta accanto che mi spinge ad essere grato per lei. Non è la simpatia, né l’affinità, ma la fede che ci unisce nel ringraziamento a Dio. Altre comunità sociali hanno come collante gli interessi in comune o la classe sociale o la generazione: la chiesa ha la fede che unisce i suoi membri da ogni provenienza ed estrazione.

Il fatto che non stiamo solo parlando di buone maniere è mostrato dal frutto del ringraziamento di Paolo. Cosa mette in moto il ringraziamento per la chiesa? Risposta: la preghiera per loro. “Prego sempre per voi” (v.9). Ringrazio Dio e prego per voi. Prega anche di poterli vedere e stare con loro (v. 10). Preghiamo gli uni per gli altri? Preghiamo gli uni con gli altri? Senza preghiere reticolari continue, la chiesa si raffredda e il ringraziamento fa posto al risentimento e al distanziamento. Non sia così per noi.  

2. Incoraggio, anzi ci confortiamo a vicenda
Perché Paolo vuole andare a visitare la chiesa di Roma? Sì, ringrazia Dio per loro e prega per loro, ma per quale motivo? Ce lo dice al v. 11. “Voglio condividere dei doni, voglio incoraggiarvi”. Pensa alla sua visita a Roma non per fare un viaggio nella capitale dell’impero, né per sfruttarli per i propri progetti individuali, ma per fortificarli, per portare con sé il dono dell’incoraggiamento, in modo che loro prendano coraggio.

Certo, se Paolo scrive è perché vuole anche insegnare, esortare, spronare, scuotere perché ci sono dei problemi (e lo vedremo nella lettera), ma mai per demolire o padroneggiare o abbattere: sempre per donare e fortificare, dare e incoggiare.

Quando vedo, incontro, telefono, parlo con un fratello, cosa ho nel cuore: la critica, la sentenza, il pettegolezzo, la frivolezza? Paolo dice: no, voglio incoraggiare. Lo vogliamo noi? A ben vedere, però, per Paolo le relazioni fraterne sono sempre circolari. C’è uno scambio di doni, c’è un passaggio reciproco di benedizioni, c’è un movimento di uscita e di entrata. La condivisione è sempre mutua: quello che accade, infatti, è che “ci confortiamo a vicenda” (v.12). Paolo vuole incoraggiare e, nel farlo, viene confortato lui per primo. Per quanto sia un apostolo, lui è pur sempre un nodo della rete fraterna della chiesa collegato ad altri nodi.

Paolo sapeva che Gesù aveva detto che “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20,35) e quindi il dare di per sé è comunque una scelta vincente. Dio la ricompensa con la gioia del cuore. Ma c’è di più: chi dà riceve pure. Così funziona l’economia biblica delle relazioni fraterne: chi dà riceve mentre chi si aspetta di ricevere senza dare, non riceve niente. Chi vuole solo ricevere, chi sta chiuso in sé stesso, chi rimane a guardare, chi aspetta che siano gli altri ad incoraggiare … rimarrà deluso e amareggiato. Se, invece, tutti siamo animati dal desiderio di incoraggiare gli altri, si crea una circolazione di incoraggiamento che investirà tutti e di cui tutti beneficeranno.

Il punto è: il talento dell’incoraggiamento non sotterriamolo, non teniamolo solo per noi. Mettiamo in circolo, condividiamolo, esprimiamolo in parole e gesti, in preghiere e atti concreti. Oltre a creare la cultura del ringraziamento, l’evangelo genera anche la cultura dell’incoraggiamento diffuso. Nella chiesa non c’è una che incoraggia gli altri, ma tutti che benedicono gli altri in modo che tutti siano fortificati. È la spirale benefica del vangelo! Siamo dentro i percorsi regressivi del risentimento e dell’immobilismo o dentro le dinamiche generose del vangelo?

3. Mi aspetto del frutto, in realtà sono debitore
Paolo ringrazia e prega, vuole incoraggiare e partecipare alla fortificazione reticolare della chiesa. Nello scrivere ai credenti romani, esprime anche un’altra sua aspettativa: quella di raccogliere qualche frutto da loro (v.13). L’immagine è quella dell’albero della fede che, generato da Dio, viene innaffiato da credenti maturi in modo che produca frutto che poi viene distribuito e condiviso. Siccome spera di visitarli presto, spera di ricevere da loro accoglienza, ospitalità e sostegno economico.

La circolazione dei doni di Dio mobilita anche la generosità e la cura. Se la fede in Cristo unisce i credenti, la rete della chiesa genera dinamiche di reciprocità: tutto questo impatta anche la condivisione di risorse e di denaro. Quando parliamo di comunione fraterna, non stiamo parlando di una bolla fuori dalla realtà. Parliamo di una famiglia di donne e uomini, uniti in Cristo, che imparano a vivere come la nuova umanità salvata e al servizio dell’evangelo. L’albero fa frutti e un albero buono fa frutti buoni (Matteo 7,15-20). Questi frutti si vedono non solo nelle parole, ma nel modo in cui la chiesa ammistra le risorse, condivide e spende i soldi, sostiene progetti, si prende cura delle persone bisognose.

Anche qui, tuttavia, c’è un risvolto della medaglia. Paolo si sente in diritto di ricevere del frutto anche dai credenti romani, ma non come rivendicazione a sé stante. La realtà è che lui stesso è a debito verso tutti (v.14). Ha un credito, ma ha un debito. Si aspetta legittimamente di ricevere, ma ha un dovere a cui si sente vincolato: annunciare il vangelo a tutti, senza distinzioni di provenienza etnica e sociale.

Nella fede cristiana, non ci sono diritti senza doveri. L’evangelo sovverte gli schemi della vita e riformula le nostre aspettative verso gli altri insegnandoci a ringraziare, a pregare, a incoraggiare, a donare e, nel fare tutto ciò, ad essere incoraggiati e a ricevere abbondanti benedizioni. Questa è la profondità della ricchezza della sapienza e della scienza di Dio! (11,33). Roma ha bisogno dell’evangelo di Cristo e di noi che, avendo creduto in Lui, viviamo in modo nuovo tutto.


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