In attesa della gloria... - Romani 8,18-27
Nel sermone della settimana scorsa, Paolo ha concluso che siamo figli di Dio, eredi di Dio e coeredi di Cristo, che un giorno saremo glorificati insieme a lui (17). La gloria, quindi, è la nostra eredità. E un’eredità è qualcosa che ti appartiene, anche se non l’hai ancora ricevuta per intero. Per noi cristiani, la nostra eredità è garantita, ma la stiamo ancora aspettando. Quindi, aspettiamo la gloria, cioè essere finalmente come Cristo, e vivere per sempre con lui. Ma Paolo poi dice che, mentre aspettiamo, continuiamo a soffrire.
Alcune sofferenze ci lasciano lì, con il cuore pesante e senza parole. Ci sono sofferenze che, quando le viviamo in prima persona, sembrano catturare ogni pensiero e ogni emozione. Questo perché, quando proviamo dolore, può essere difficile vedere qualcosa al di là di esso. Lo vediamo in noi stessi. Non dobbiamo guardare molto lontano per vedere ciò che Paolo chiama “le sofferenze del tempo presente”. Basta accendere lo schermo e iniziare a scorrere. Ne sentiamo parlare dai nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo. Possiamo sentire i nostri vicini parlarne, vederlo sui loro volti, leggere i necrologi affissi nei nostri quartieri e renderci conto che dietro ogni disastro c’è una persona. C’è un nome, una famiglia e una storia dietro ogni statistica sulla persecuzione e sulla sofferenza. Insomma, la realtà della sofferenza in questa epoca del “già-ma-non ancora” è innegabile, immensa, di vasta portata e vissuta in prima persona.
Paolo non ignora questa realtà in questo brano della Scrittura. Non sta cercando di minimizzare la sofferenza né di guardare al dolore del mondo e dire: “In realtà non è poi così grave”. Nel versetto 18 si dice qualcosa di diverso: “Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che deve essere manifestata a nostro riguardo”. Dice che non si possono paragonare.
Come noi, Paolo ha visto sofferenze reali, dolorose e devastanti. Ha vissuto in prima persona una sofferenza immensa (2 Cor 11,23-28) E le ha guardate per dire che ciò che sta per arrivare è di portata talmente diversa che non c’è modo di paragonare le due cose. Come può dirlo? Poiché c’è qualcosa all’orizzonte… il compimento di una promessa già inaugurata nel Cristo risorto. Sta arrivando qualcosa di più grande, più nuovo, e più glorioso. E quando arriverà, Paolo non sta dicendo che guarderemo indietro a ogni tragedia e diremo: “Beh, ne è valsa la pena”. C’è sicuramente un senso in cui possiamo dirlo riguardo alla sofferenza per la fedeltà a Gesù. Ma non è questo il punto di Paolo qui. Non sta dicendo che ogni tragedia e ogni tipo di sofferenza siano in qualche modo degne di essere vissute. Il male non diventa bene semplicemente poiché la gloria lo segue. Il male è male.
Paolo non sta neanche dicendo che un giorno la gloria sarà così straordinaria da distrarci da tutto ciò che ci ha ferito. No, Dio sta facendo qualcosa di molto più grande. Sta portando a compimento la sua opera di redenzione, una redenzione che include sia il suo popolo che la sua creazione.
Paolo dice che le sofferenze di questo tempo presente e la gloria che verrà sono così sproporzionate che non si possono nemmeno paragonare. Ma non ci siamo ancora arrivati. Stiamo ancora aspettando. Ma questo non vuol dire che non l’abbiamo assaporata, che non ne abbiamo sentito parlare, che non abbiamo creduto che fosse vera! L’abbiamo fatto! Quindi Paolo attira la nostra attenzione sul risultato: un profondo desiderio misto ad attesa, o, come dice Paolo, un gemito. Tre volte in questo brano Paolo attira la nostra attenzione su un gemito, e noi vogliamo ascoltare ognuno di essi: il creato geme, noi gemiamo e lo Spirito geme.
1. Il creato geme (19-22)
Il creato geme. Paolo dice che la creazione “aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio” (19). Personifica il creato per dire che geme in attesa del giorno in cui la redenzione sarà compiuta.
Sappiamo dalle Scritture che, a causa del peccato di Adamo, tutta la creazione è stata sottoposta alle conseguenze della morte e della corruzione (Gen 3,17-19; Rom 5,12). Non si trattava solo di Adamo ed Eva e di tutti quelli che sarebbero venuti dopo di loro, ma di tutta la creazione. Spine e cardi. Un terreno difficile da coltivare (Gen 3,17-18). Inondazioni e carestie. Tempeste e terremoti. Il giudizio di Dio per la disobbedienza all’alleanza non riguarda solo l’umanità, ma anche il mondo creato (20).
Eppure, questa non è stata una scelta del creato, né è il suo destino finale. Paolo dice che il creato è stato sottoposto alla vanità “non di sua propria volontà”, ma piuttosto “nella speranza”. C’era, e c’è ancora, una promessa che Dio si sta realizzando! È la promessa di redenzione che include tutto il creato, cioè una NUOVA CREAZIONE (Isaia 65,17; 66,22; 2 Pietro 3,13; Ap 21,1). Ed è per questo che il creato geme.
Paolo usa l’esempio del parto nel versetto 22. Durante il travaglio c’è dolore. Ci sono grida e gemiti mentre una nuova vita sta per venire al mondo e fare il suo primo respiro. Non è facile. È incredibilmente doloroso. Ma quei gemiti sono diversi da quelli di chi sta semplicemente morendo. Sono gemiti in attesa di qualcosa. La mamma e il papà sanno che sta per arrivare qualcosa di meraviglioso. Sono pieni di aspettativa e speranza. C’è grande trepidazione per quel momento in cui un nuovo bambino si rivelerà finalmente: una realtà pienamente visibile e tangibile. Paolo sta dicendo che il creato sta aspettando e gemendo proprio così.
Il creato anela a vedere l’opera di Dio completata nella rivelazione dei figli di Dio (19), quando tutti coloro che sono in Cristo saranno finalmente glorificati, poiché, fratelli e sorelle, la loro glorificazione significherà anche la liberazione del creato dalla vanità, dalla sua “schiavitù della corruzione” (21). Ma per ora, il creato geme (22). E non dobbiamo guardare lontano per immaginare cosa significhi.
Poco più di un mese fa, abbiamo visto cosa è successo in Nepal quando un enorme crollo di ghiacciaio, roccia e ghiaccio sulle vette dell’Himalaya ha scatenato un’enorme valanga d’acqua, fango, rocce e detriti che si è riversata nelle valli sottostanti. Intere comunità sono state devastate, spazzate via. Più di 1.400 persone sono morte e migliaia sono ancora disperse. Ecco com’è la vita in un creato soggetto alla corruzione. Terremoti. Incendi boschivi. Inondazioni. Carestie. Caldo estremo. Terra che non produce più cibo. Acqua troppo inquinata per essere bevuta. Non è così che doveva essere. Ciò che Dio creò come buono (Gen 1,31) è stato sottoposto alla corruzione poiché l’uomo ha peccato. Ma la vanità non è il suo destino finale! La destinazione finale è la redenzione, una redenzione promessa fin dall’inizio.
Proprio nel giorno in cui il peccato entrò nel mondo, Dio promise che un discendente della donna sarebbe venuto a schiacciare il serpente, anche se lui stesso sarebbe stato ferito (Gen 3,15). Quella promessa riecheggia in tutta la Scrittura fino a quando non si compie nell’opera di Cristo. E pensa a cosa è successo quando Cristo camminava tra noi. Il creato ha riconosciuto il suo Re. I pesci riempivano le reti al suo comando (Luca 5,4-5). Le tempeste si placavano. Le onde nelle acque si calmavano. Il vento e le onde gli obbedivano (Marco 4,39-41). Questi erano segni, scorci della gloria a venire. Il Cristo risorto è l’inizio della Nuova Creazione, le “primizia di quelli che sono morti” (1 Cor 15,20-23), e un giorno ciò che è iniziato in lui comprenderà ogni cosa (Col 1,19-20; Ap 21,1-5). Il creato geme con trepidante attesa per il giorno in cui anche esso sarà liberato dalla schiavitù della corruzione e otterrà la libertà della gloria dei figli di Dio (21).
Vediamo il creato gemere ancora oggi. E dietro ogni immagine che ce lo rivela, ci sono anche delle persone. Persone che, insieme al creato, gemono anch’esse.
2. Noi gemiamo
Paolo dice: anche noi stessi… gemiamo (23). Anche noi, fratelli e sorelle, gemiamo nell’attesa del giorno in cui la nostra adozione sarà completa; quando non dovremo più affrontare le sofferenze di un mondo segnato dal peccato; quando la morte non avrà più potere su di noi, ma con corpi risorti anche noi sperimenteremo la gloria della nostra completa unione con Cristo, la nostra completa libertà dal peccato e dalla morte, la nostra completa guarigione dalle sue conseguenze (1 Cor 15,42-29; Ap 21,4-5).
Ma fai attenzione a questo punto: Paolo dice che abbiamo già “le primizie dello Spirito” (23). Come abbiamo visto in precedenza in questo capitolo, lo Spirito è già nostro; la nostra adozione è già una realtà (15-16). Eppure, Paolo dice che stiamo ancora aspettando con ardente desiderio l’adozione come figli, la redenzione dei nostri corpi. Questo è il “già-ma-non ancora”. Siamo già figli, ma stiamo aspettando la piena rivelazione di ciò che significa essere figli di Dio. Abbiamo lo Spirito come primizia di ciò che sta per venire (Ef 1,13-14). Siamo già stati salvati, ma attendiamo la piena redenzione dei nostri corpi (23-24).
Questa è la promessa che ci fa gemere, non poiché non abbiamo speranza, ma poiché abbiamo speranza! Il versetto 24 dice che, in questa speranza, siamo stati salvati! Chiesa, la nostra speranza non è la liberazione immediata da ogni dolore e sofferenza. È la fiducia e la fede nella promessa di Dio mentre continuiamo a sperimentare dolore e sofferenza. Questa è la speranza: guardare con fede a qualcosa che ancora non possiamo vedere. Se potessimo già vederla, non avremmo fede, né avremmo speranza, poiché la realtà che vediamo è piena di sofferenza.
Quindi la domanda non è se sperimenteremo la sofferenza: la sperimenteremo (Gv 16,33). Siamo afflitti dalla nostra lotta contro il peccato (Rom 7,21-25). Vediamo madri seppellire i propri figli. Vediamo i poveri messi da parte. Vediamo gli affamati lasciati morire in un mondo con cibo a sufficienza per sfamare tutti. Sentiamo il bilancio delle vittime causato da guerre e conflitti. Riceviamo notizie di cristiani uccisi in Nigeria, di intere famiglie che soffrono, di comunità devastate dalla violenza (Gv 15,18-20; 2 Tim 3,12). Vediamo la sofferenza delle famiglie distrutte nei nostri quartieri. Subiamo la violenza dei bulli. Vediamo i nostri figli vittime di bullismo. Stiamo accanto a persone i cui ultimi giorni sono pieni di immenso dolore e solitudine. Vediamo persone senza speranza che guardano alla morte come a una via di fuga dalla sofferenza. E gemiamo: “Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22,20).
Ma il nostro gemito va da qualche parte. Sappiamo che sta arrivando il giorno in cui tutto sarà rinnovato in Cristo (Ap 21,1-5). E gemiamo con speranza poiché il nostro Dio non è estraneo alla sofferenza. È entrato nella sofferenza del mondo. Il Figlio si è fatto carne e ha vissuto tra noi. Ha avuto fame. Sa cosa significa essere maltrattato, deriso, umiliato e trattato crudelmente dagli altri. È stato rifiutato, tradito da un amico, abbandonato da chi gli era più vicino. È stato picchiato e crocifisso. Ha sperimentato la morte.
Ma la morte non lo ha sconfitto. La tomba non ha potuto trattenerlo (At 2,24). La promessa di redenzione è sbocciata in un frutto tangibile quando Gesù è uscito dalla tomba in un corpo risorto. La sua risurrezione promette ciò che attende tutti coloro che gli appartengono (Gv 11,25-26; 1 Cor 15,20-23). Anche noi avremo corpi risorti (Fil 3,20-21). È questo che intende Paolo quando dice che stiamo aspettando “la redenzione del nostro corpo” (23).
Quindi, gemiamo. Gemiamo quando vediamo le conseguenze del peccato. Gemiamo quando ci imbattiamo nella sofferenza umana. Piangiamo quando la morte ci porta via chi amiamo, proprio come Gesù pianse davanti alla tomba del suo amico Lazzaro (Gv 11,33-35). La distruzione causata dal peccato ci addolora profondamente e quindi gemiamo. Ma gemiamo con speranza. Gemiamo con fede in ciò che Dio ha promesso. Gemiamo nell’attesa di qualcosa che ancora non possiamo vedere (24-25), e aspettiamo con pazienza il giorno in cui Cristo tornerà, i nostri corpi risorgeranno, e come i figli di Dio, entreremo finalmente nella libertà della gloria per la quale la Creazione e noi stessi stiamo gemendo.
3. Lo Spirito geme
Ma Paolo ci dice che le sofferenze di questa epoca non saranno nemmeno paragonabili alla gloria che verrà rivelata. Siamo in attesa della gloria. Ma mentre aspettiamo, non siamo lasciati a gemere da soli. Mentre il creato geme e noi gemiamo, Paolo dice che c’è un altro gemito in atto.
Lo Spirito geme. Paolo dice che lo Spirito ci aiuta nella nostra debolezza (26). Possiamo sentirci deboli quando ci confrontiamo con la realtà ferita di un mondo pieno di peccato. Possiamo sentirci stanchi e scoraggiati quando vediamo l’immensa sofferenza e i conflitti che avvengono in questo mondo. Possiamo essere sopraffatti dall’ansia quando viviamo in prima persona una sofferenza profonda: vedere i nostri figli soffrire; ricevere notizie spaventose da un medico; perdere una persona cara. A volte la sofferenza diventa così pesante che non sappiamo nemmeno cosa chiedere a Dio.
È proprio qui che lo Spirito entra nei nostri gemiti. Lui non geme come noi, poiché non soffre sotto la maledizione del peccato come la Creazione e come noi. Lo Spirito geme mentre ci sta accanto nella nostra debolezza. Porta le nostre preghiere deboli secondo la volontà di Dio, quando non sappiamo nemmeno cosa chiedere a Dio, né come dovremmo pregare (26).
Ci sono momenti nella vita in cui affrontiamo la sofferenza e semplicemente non abbiamo parole. Ricordo il pastore Reid Karr, della Breccia di Roma Prati, che parlava del periodo subito successivo alla perdita della sua prima moglie, Kyra. Disse che c’erano momenti in cui non sapeva nemmeno cosa pregare. Tutto ciò che riusciva a dire era la parola “Dio”. Ma Paolo non ci rimprovera per la nostra debolezza in questi momenti. Dice che lo Spirito è all’opera per aiutarci proprio in quei momenti.
È difficile per noi conoscere sempre la volontà di Dio in ogni situazione. Devo chiedere a Dio di togliere questa sofferenza? O di darmi la forza di sopportarla (2 Cor 12,7-10)? Cosa sta facendo Dio, e cosa dovrei mai chiedergli? Non sempre sappiamo cosa pregare.
Sappiamo però che la volontà di Dio non è sempre quella di toglierci il peso che portiamo. Ma a volte ci dimentichiamo che ha promesso di non lasciarci soli mentre lo portiamo (Ebr 13,5-6). Mentre aspettiamo con trepidante attesa, desiderando ardentemente il giorno in cui sperimenteremo il compimento della nostra redenzione e quel peso ci sarà tolto, Dio non ci lascia ad aspettare da soli. Lo Spirito geme, intercedendo per noi.
Paolo dice che il Padre, che esamina i nostri cuori, conosce perfettamente il pensiero dello Spirito, poiché lo Spirito intercede per noi secondo la volontà di Dio (27). In altre parole, quando non sappiamo cosa pregare, lo Spirito lo sa. Il Padre conosce il pensiero dello Spirito. E le preghiere dello Spirito sono sempre perfettamente in accordo con la volontà di Dio. Quindi, fratelli e sorelle, quando non sappiamo cosa pregare, lo Spirito geme, intercedendo per noi.
In conclusione: in attesa della gloria… Il creato geme, noi gemiamo, e lo Spirito geme. La creazione geme poiché è soggetta alla corruzione e al decadimento. Noi gemiamo poiché aspettiamo la redenzione in un mondo ancora spezzato dal peccato. Lo Spirito geme poiché ci aiuta nella nostra debolezza mentre aspettiamo quella redenzione. La speranza cristiana non significa che la sofferenza non ci lascerà mai senza parole, e molti di noi sanno che a volte succede. Ma la speranza cristiana significa che quando non abbiamo parole, abbiamo comunque un intercessore. Dio stesso. Lui non ci ha lasciati soli nei nostri gemiti.
Che questo ci dia un profondo conforto. Che i nostri cuori siano mossi dalla fede mentre ci aggrappiamo alla speranza che Dio ci ha dato in Cristo. Poiché la sua opera ci ha resi capaci di attendere con trepidante attesa il giorno in cui sperimenteremo la sua gloria nella Nuova Creazione, come suo popolo eletto e perdonato. E in quel giorno, le sofferenze che abbiamo affrontato non saranno nemmeno paragonabili alla gloria che verrà rivelata.
E se sei qui stasera e non conosci Cristo come tuo Signore e Salvatore, questa speranza può essere anche tua. La promessa di questi versetti non è che chiunque geme un giorno entrerà nella gloria. Solo chiunque si pente dei propri peccati e riponga la propria fiducia in Gesù Cristo sarà perdonato, accolto nella famiglia di Dio e risuscitato con Cristo (Rom 8,1, 11, 15–17). Quindi non riporre la tua speranza in un mondo che sta passando. Vieni a Cristo. Confida in lui. E ricevi la speranza della gloria che solo lui può darti.
E tutti noi, fratelli e sorelle, che apparteniamo a Cristo, finché quella gloria non arriverà, gemiamo. Ma gemiamo con speranza. E gridiamo insieme: “Vieni, Signore Gesù, vieni!” (Ap. 22,20).