Liberi grazie al Dio Trino - Romani 8,1-17
Proprio dietro l’angolo della nostra chiesa si trova un’antica prigione, la prigione Mamertina. Molti credono che un tempo vi fosse rinchiuso l’apostolo Paolo, che ci ha scritto questa lettera. Se ci siete mai stati, avrete notato che le condizioni dovevano essere terribili, ben diverse da quelle delle nostre prigioni odierne.
C’è una rampa di scale che conduce a una cella sotterranea dove le persone venivano incatenate e lasciate al buio. L’unico modo per entrare e uscire era attraverso un buco nel pavimento. Chissà che tipo di persone Paolo abbia avuto modo di incontrare mentre era in prigione. Assassini, schiavi ribelli, ladri…
Immaginate per un attimo uno di quegli uomini. È stato condannato per tradimento e omicidio, incatenato e gettato nell’oscurità, dove si trova ormai da anni. Non può fare nulla per liberarsi. Poi, un giorno, viene chiamato per nome, una luce illumina lo spazio, una corda scende, viene tirato fuori, gli vengono tolte le catene e poi sente: “Sei libero. Non sei più condannato”.
Lascia la prigione, ma dopo aver vissuto così a lungo da prigioniero, continua a considerarsi tale. Sente ancora la voce del suo vecchio padrone, la guardia carceraria, e pensa di doverle obbedire. Vive ancora con la paura che qualcuno venga a trascinarlo di nuovo indietro. È stato liberato, ma deve imparare cosa significa vivere da uomo libero.
Prima dell’estate, ci eravamo fermati al capitolo sette della lettura ai Romani. Abbiamo visto che, anche se siamo stati giustificati davanti a Dio e uniti a Cristo mediante la fede, continuiamo a lottare contro il peccato che vive in noi. E lo odiamo! Anche Paolo lo odiava, e per questo gridò: “Me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte?!”.
Forse questa sera ti riconosci in quel grido. Forse ti sei stancato di questa lotta. Forse hai cominciato a fare i conti con alcuni di questi desideri. Forse ti senti così scoraggiato perché continui a vedere in te stesso desideri e passioni che sai non piacciono a Dio: “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?”
Ricordate la risposta di Paolo al proprio grido? “Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore!”.
Nei primi 17 versetti del capitolo 8 della Lettera ai Romani, Paolo ci mostra che non siamo più condannati, non siamo più schiavi e non viviamo più nella paura. Grazie all’opera del nostro Dio Trino: Padre, Figlio e Spirito Santo, siamo veramente liberi e possiamo vivere da uomini, donne e bambini veramente liberati!
1. Non più condannati - Rallegratevi! (vv. 1-8)
Per prima cosa vediamo l’opera di Dio Trino. Paolo vuole chiarire, ancora una volta, che questa salvezza, questa libertà, è opera di Dio. Non nostra! Egli inizia nel versetto uno, non con un nuovo comandamento ma con una dichiarazione: “Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù”.
C’era una condanna. Una GIUSTA condanna. Eravamo colpevoli davanti a Dio. Come abbiamo visto in Romani 7, la Legge di Dio è santa, giusta e buona. Ma la Legge non può salvarci. Rivela la santità di Dio e, allo stesso tempo, mette a nudo la nostra peccaminosità.
Ma ora, Paolo dice che qualcosa è cambiato!
Per coloro che sono in Cristo Gesù, cioè uniti a Lui mediante la fede, non c’è più condanna. Perché? Leggiamo il versetto 2: “Poiché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte”. Proprio come quell’assassino tirato fuori di prigione a cui viene detto: “Sei libero, non sei più condannato a morte”. Paolo sta dicendo: “Siamo stati liberati da una sentenza di morte!”
Come? Nei versetti 3 e 4, ci mostra il fondamento di questa libertà: Dio ha fatto ciò che noi non potevamo fare.
Guardate l’opera del Dio Trino qui. Il Padre ha mandato il suo Figlio unigenito. Il Figlio è venuto “in carne simile a quella del peccato”, ma senza peccato. E lì, nella carne del suo Figlio, Gesù Cristo, Dio ha condannato il peccato. Gesù ha vissuto l’obbedienza che noi non potevamo vivere e, sulla croce, è stato sottoposto alla morte che meritiamo.
È ciò che leggiamo in 2 Corinzi 5,21: “Colui che non ha conosciuto peccato [Gesù], egli [il Padre] lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui”.
Questo è il cuore del Vangelo: la sostituzione. Gesù è morto al posto mio. Ciò che Cristo ha fatto non avrebbe potuto essere compiuto da nessuno di noi. E ciò che Cristo ha compiuto, ascoltate attentamente, non ha bisogno di essere compiuto da noi.
Tutte le altre religioni sbagliano proprio su questo punto. E sbagliano anche quelle forme di cristianesimo che ci dicono che dobbiamo contribuire con le nostre opere a ciò che Cristo ha compiuto per la nostra salvezza.
Non dobbiamo salire su nessuna scala. Non abbiamo alcuna penitenza da compiere. Non possiamo aggiungere opere per colmare ciò che manca.
Il Dio Trino ha necessariamente fatto ciò che noi non potevamo fare. Dio Padre ha mandato il Figlio. Il Figlio si è offerto per noi come sacrificio per il peccato. Lo Spirito Santo ci libera dalla legge del peccato e della morte e ci dona la vita.
E guardate lo scopo che Paolo ci indica nel versetto 4: Dio ha fatto questo “affinché il comandamento della legge fosse adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito”.
In altre parole, Dio non ci ha liberati dalla condanna per farci tornare a vivere come prima, ma affinché potessimo vivere ora una vita nuova e di obbedienza mediante lo Spirito. Quindi, il Vangelo non solo cambia la nostra posizione davanti a Dio, ma anche il modo in cui viviamo davanti a Lui. Torneremo su questo punto più avanti.
Ma prima, nei versetti 5-8, Paolo ci ricorda perché tutto questo era necessario. Dice che la mente rivolta alla carne è morta. È inimicizia verso Dio. Non può sottomettersi alla Legge di Dio. La nostra carne dice: “No! Non lo farò! Non voglio farlo!” Questo perché coloro che sono nella carne non possono piacere a Dio. Abbiamo bisogno che Dio intervenga per noi. Ed è esattamente ciò che Dio ha fatto.
Amici, non c’è nessun modo in cui possiamo espiare la nostra colpa. Il Vangelo dice: Dio ha fatto ciò che noi non potevamo fare! Se siete in Cristo, se la vostra fede non è riposta in voi stessi, ascoltate ancora una volta le parole con cui Paolo apre questo capitolo: “Non c’è dunque nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù”.
Egli non dice: “meno condanna”. Non dice: “Nessuna condanna, finché non peccherete di nuovo!”. Dice: “NESSUNA CONDANNA!” Sei stato liberato. Rallegrati nelle opere del Dio trino. Come il prigioniero di cui abbiamo parlato all’inizio, abbiamo lasciato la cella e le nostre catene sono state tolte. Ci viene detto che siamo liberi e non più condannati.
Ma cosa succede se un uomo liberato sente ancora la voce del suo vecchio padrone che lo richiama? Deve ancora obbedirle? Paolo dice: NO! Poiché non solo non sei più condannato, ma non sei più uno schiavo. Andiamo avanti.
2. Non più schiavi - Combatti! (vv. 9-13)
La seconda cosa che vediamo è la potenza di Dio Trino. Paolo ci dice poi che la nostra libertà dalla condanna non significa che smettiamo di lottare contro il peccato. Guardate il versetto 9: “Voi però non siete nella carne ma nello Spirito, se lo Spirito di Dio abita veramente in voi”.
Fratelli e sorelle, abbiamo una nuova identità! Siamo uniti a Cristo mediante la fede e il suo Spirito vive in noi. Chiamiamo questa realtà la nostra “unione con Cristo”, ed è fondamentale per comprendere la nuova vita che abbiamo ricevuto da Lui.
Il versetto 11 dice che abbiamo anche una nuova speranza nella nostra lotta contro il peccato. Quindi, “lo stesso Dio che ha risuscitato Cristo dai morti, non darà forse la vita anche ai vostri corpi mortali attraverso lo Spirito che vive in noi?” Abbiamo la speranza che la nostra libertà includa nuova vita ora, e la risurrezione nel futuro, proprio come Cristo è risorto.
E non abbiamo più un padrone che emette condanne a morte. Pertanto, Paolo può affermare: “Così dunque, fratelli, non siamo debitori alla carne per vivere secondo la carne” (12).
Abbiamo una nuova libertà! Non dobbiamo nulla alla nostra carne. Non siamo obbligati ad ascoltarla, a soddisfarne i desideri o a obbedirle quando ci chiama! Perché dovremmo voler continuare a servire ciò che un tempo ci trascinava verso la morte? Non siamo più schiavi, né prigionieri né debitori!
Nel già-e-non-ancora del regno di Dio, la carne e lo Spirito sono in conflitto tra loro. E la nostra carne e i nostri desideri possono essere davvero potenti! Ma noi rispondiamo a un nuovo padrone, un padrone onnipotente, lo Spirito dentro di noi.
Questa nuova libertà, fratelli e sorelle, porta con sé una responsabilità nuova. Guardate il versetto 13: “Se vivete secondo la carne, morirete; ma se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete”. Cioè, combattere! Uccidere il peccato dentro di noi!
È un linguaggio forte, un linguaggio di guerra, perché descrive la nostra battaglia spirituale contro il peccato che rimane in noi. Forse questo linguaggio ci mette a disagio, ma è quello della Scrittura. Ed è necessario. Non facciamo pace con il peccato. Lo facciamo morire.
Con quali peccati stiamo facendo pace? Quali peccati tolleriamo? Quali peccati ignoriamo semplicemente?
Guardate il linguaggio di Paolo qui. Non è una nuova responsabilità quella di ignorare il peccato; di imparare a conviverci; di cercare semplicemente di tenerlo sotto controllo. Egli dice: Uccidetelo! Come? Mediante lo Spirito! La potenza di Dio!
Non siamo chiamati a fare pace con ciò che vuole distruggerci e disonorare Dio. Quello era il nostro vecchio padrone, e non gli dobbiamo più nulla. Il nostro debito è stato pagato. Allora, come facciamo a far morire il peccato per mezzo dello Spirito?
Non si tratta semplicemente di stringere i denti e di cercare di comportarci bene. Ricordate il versetto 5: “Coloro che vivono secondo lo Spirito hanno la mente rivolta alle cose dello Spirito”.
Le nostre menti sono state riconquistate. Non guardiamo più al nostro vecchio padrone come a qualcuno a cui dobbiamo obbedire. Abbiamo un nuovo Padrone, e lo Spirito di vita che è in noi rivolge la nostra mente a Cristo, e a ciò che ha fatto per noi, dandoci la forza di vivere secondo questa nuova realtà: morendo a noi stessi, confidando nel Vangelo e nella Parola di Dio, confessandola ed usandola contro le menzogne della nostra carne e del diavolo.
Uccidiamo il peccato, poiché non ne siamo più schiavi né in debito con la nostra carne. Siamo stati liberati da quel Padrone e dalla sua potenza. E non combattiamo con la nostra potenza, ma con la potenza dello Spirito Santo in noi.
Non siamo più schiavi. Quindi combattete! Non dobbiamo dare ascolto al nostro vecchio carceriere. Non gli dobbiamo nulla. Ecco perché Paolo dice: “non siamo debitori alla carne”.
Quindi, quando la nostra carne ci richiama, combattiamo! Non per diventare liberi, ma poiché in Cristo lo siamo già! Non siamo più schiavi – Quindi combattete!
È proprio come ha scritto il pastore puritano John Owen: “Uccidi il peccato, altrimenti sarà il peccato a ucciderti”. Come scrisse un teologo (Douglas Moo), la santità non è solo lo standard, e l’obiettivo dei cristiani (1 Pt 1,15–16); è anche il loro destino (Rom 8,29–30; cfr. Fil 3,12–14; 1 Gv 3,2).
Ma guardate come Paolo prosegue nel versetto 14.
Lo Spirito, che ci dà la forza di vincere il peccato, ci guida anche perché siamo…bravi? No! Perché in Cristo siamo figli di Dio. E questo ci porta a una delle più grandi realtà della nostra libertà: se non siamo più condannati (grazie alla Sua opera) e non siamo più schiavi (grazie alla Sua potenza), non abbiamo più bisogno di vivere nella paura.
3. Non più impauriti – Riposa! (vv. 14-17)
Possiamo riposare poiché facciamo parte della famiglia di Dio Trino! Guardate come continua Paolo nel versetto 14: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio”. Lo Spirito ci ricorda che siamo figli di Dio. Abbiamo una nuova famiglia e un nuovo posto all'interno.
Questo ha cambiato completamente il nostro rapporto con Dio. Guardate il versetto 15: “Voi non avete ricevuto uno spirito di schiavitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: ‘Abbà! Padre!’” Vedete il contrasto? Schiavi e paura – Figli adottivi e Padre. Paolo non sta dicendo che non proveremo mai paura. Sta dicendo che, davanti a Dio, non dobbiamo più temere, come se fossimo schiavi o condannati. Non siamo più orfani che tremano sperando di essere accettati e trattati bene da qualcuno. Siamo figli che gridano: “Abbà! Padre!”.
Dobbiamo comprenderlo per combattere il peccato. E dobbiamo crederci per sperimentare il riposo di Dio. Non combattiamo per guadagnarci un posto nella famiglia di Dio. Non uccidiamo il peccato per convincere Dio che meritiamo di essere inclusi nella sua famiglia. Uccidiamo il peccato poiché siamo suoi figli nella nostra unione con Cristo.
Se lo dimentichiamo, la nostra battaglia contro il peccato può trasformarsi in legalismo o farci avere paura. “Devo fare di più. Devo essere migliore. Devo dimostrare a Dio che merito di stare qui.” È così che ragiona un orfano!
I nostri figli non hanno paura di sedersi a tavola e mangiare quello che gli diamo. No, gli prepariamo un posto a tavola e li nutriamo perché li amiamo. I nostri figli non devono dimostrare di meritare di mangiare con noi.
Paolo dice: “Tu sei un figlio!”. Dio non ci lascia nell’incertezza al riguardo. Questa è una certezza. Il versetto 16 dice: “Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio”.
Lo Spirito testimonia la realtà della nostra adozione come figli, spingendoci a volgere lo sguardo a Dio e a gridare il nostro “Abbà! Padre!”.
Ma non è una figliolanza che ci siamo guadagnati. Proprio come la nostra giustizia davanti a Dio non è nostra, ma è quella di Cristo imputata a noi, così anche la nostra figliolanza ci è data in Cristo. Siamo figli perché siamo uniti al Figlio. E quindi il nostro status nella famiglia di Dio non dipende da noi, ma dall’opera di Cristo e dalla grazia di Dio.
Nel versetto 17 Paolo dice: “Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo”. Questo è sempre vero, anche nella nostra sofferenza. Egli dice: “se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui”.
Quindi, essere figli di Dio non significa che la nostra vita sarà facile né che la nostra lotta contro il peccato e la nostra carne sia ormai finita. La guerra porta dolore e difficoltà. Significa che anche nella sofferenza sappiamo a chi apparteniamo e dove stiamo andando. È quella verità che accende la nostra gioia, motiva la nostra lotta, guida il nostro riposo. Soffriamo con Cristo e saremo glorificati anche con lui.
In conclusione, stai vivendo davanti a Dio come schiavo condannato o come persona libera? Come orfano o come figlio? Quando pecchi, hai paura che Dio ti respinga? Ti stai costantemente cercando di dimostrare che sei abbastanza buono da essere accettato? Forse sai teologicamente di essere figlio di Dio, ma nella pratica continui a vivere come se fossi solo, come se dipendessi, almeno in parte, da te. Questo significa vivere come un orfano.
Ma siamo stati liberati dal Dio Trino! La nostra libertà è stata opera sua, frutto della sua potenza, e significa che apparteniamo alla sua famiglia.
Non siamo più fuori dalla cella della prigione a chiederci se qualcuno ci rimetterà le catene e ci trascinerà di nuovo nell’oscurità.
Il Figlio ha pagato il nostro debito. Non siamo più condannati: rallegriamoci!
Lo Spirito ci ha dato vita e ci rende capaci di combattere il peccato. Non siamo più schiavi: combattiamo!
Il Padre ci ha adottati nella sua famiglia. Non siamo impauriti: perché siamo figli di Dio.
Quindi riposate in questa verità trinitaria: siamo liberi grazie al Dio Trino.
Cioè, se vi siete pentiti dei vostri peccati e guardate solo a Cristo come vostro Salvatore e Signore, il vostro sostituto.
Amici, se questo non è vero per voi, temo che la vostra condanna davanti a Dio sia ancora una realtà; siete ancora schiavi del debito verso la vostra carne e avete motivo di temere, come orfani. Ascoltate questo ora, in nome di Cristo Gesù: riconciliatevi con Dio. Pentitevi e credete nel Vangelo; in ciò che il Dio Trino ha fatto per offrirvi la libertà, non domani, ma oggi, proprio ora, in questo momento. Solo Dio ha la potenza di farlo.