La Legge, la lotta e il Liberatore - Romani 7,7–25

La Legge, la lotta e il Liberatore - Romani 7,7-25
Clay Kannard

Molti di noi a Roma hanno avuto a che fare con una ZTL o con un autovelox. Forse quando eri un guidatore alle prime armi, oppure, nuovo in città, hai attraversato il centro e senza rendertene conto sei entrato in una zona a traffico limitato. Tutto sembrava a posto. Poi, qualche settimana dopo, è arrivata una lettera per posta che richiedeva la vostra firma. Una telecamera aveva registrato la vostra targa e all’improvviso vi siete ritrovati con 90 euro in meno. O forse stavate guidando in autostrada quando all’improvviso, FLASH! L’autovelox vi ha fotografato. Qualche giorno dopo, arriva un’altra lettera per posta. Alzate la mano se vi è mai successo? Di recente?

 

Ora vi chiedo: qual è il problema in queste situazioni? È la telecamera il problema? È il codice della strada il problema? O il problema è qualcos’altro?

 

Finora, in Romani, abbiamo visto il Vangelo – la Buona Notizia della salvezza di Dio – che Paolo ha annunciato nel capitolo 1,16–17. In Romani 1–3, abbiamo visto la nostra colpa davanti a Dio. E quando Paolo parla della nostra colpa, intende l'intera razza umana. Ricordiamoci che sta scrivendo a una chiesa composta da Giudei e Gentili, dove l'orgoglio, il senso di superiorità e il giudizio reciproco minacciavano l'unità della chiesa. Per questo Paolo ha mostrato che tutti, senza distinzione, sono peccatori davanti a Dio.

 

In Romani 3–5, abbiamo visto la soluzione di Dio: essere dichiarati giusti davanti a Dio per grazia, mediante la fede in Gesù Cristo. In Romani 6, abbiamo visto la nostra unione con Cristo. Non siamo più in Adamo, sotto il regno del peccato e della morte, ma uniti a Cristo e partecipi della sua vita. Poi, nei versetti iniziali di Romani 7, Paolo dice qualcosa di straordinario: poiché siamo stati giustificati e uniti a Cristo, siamo morti alla Legge come strumento di condanna. Questo però solleva una domanda naturale che Paolo affronta nel capitolo 7: Se la Legge di Dio rivela il nostro peccato, ci condanna e non può salvarci, la Legge è il problema?

 

Ma se siamo onesti, c'è un'altra domanda che molti di noi si portano dietro questa sera, e Paolo affronta anche questa. Perché faccio ancora tanta fatica nel mio combattimento contro il peccato? Perché continuo a lottare contro le stesse tentazioni? Perché cado ancora in atteggiamenti che mi rattristano? Perché, se appartengo a Cristo, la battaglia contro il peccato è così reale e forte?

 

La risposta di Paolo, che vedremo, è allo stesso tempo umiliante e incoraggiante, se vorrete fidarvi ed accoglierla. Stasera vedremo che il problema non è la Legge. Il problema è il peccato. Ed ancora una volta, la risposta è Cristo. Questo ci porta al titolo di questa sera: La Legge, la lotta e il Liberatore. Leggiamo ora Romani 7,7–25.

 

 

 

1. Il bene che amiamo (vv. 7–13)

Nei versetti 5 e 6 del capitolo 7, Paolo ha detto qualcosa di sorprendente: La Legge, incontrando la nostra natura peccaminosa, suscitava in noi passioni peccaminose. Ma ora, attraverso la nostra union con Cristo, siamo morti alla Legge e serviamo secondo il nuovo modo dello Spirito. Allora, la domanda del verso sette chiede che cosa sta succedendo con questa Legge?  È forse cattiva poiché suscita il peccato? La Legge è peccato?  Paolo risponde immediatamente: “No di certo!!” Il problema non è la Legge. Il problema è il peccato. E per dimostrarlo, Paolo richiama la propria esperienza. Dice che se non fosse stato per il comandamento “Non concupire”, non avrebbe saputo cosa significasse veramente concupire. Ma quando il comandamento incontrò la sua natura peccaminosa, il peccato colse l’occasione attraverso il buon comandamento di Dio e — BOOM! — Il suo cuore iniziò a desiderare proprio tutto ciò che Dio aveva proibito! Invece di produrre obbedienza, la sua natura ha prodotto ribellione. Il peccato si servì del buon comandamento di Dio come occasione per opporsi a Dio. E questa era la nostra condizione naturale in Adamo.

 

Come Adamo in Genesi 3, crediamo che il frutto proibito sia il più dolce. Quando Dio diede ad Adamo ed Eva un buon comandamento, il comandamento in sé non era il problema. Il serpente distorse la Parola di Dio e subito il frutto proibito apparve improvvisamente desiderabile. La restrizione portò al risentimento. “Perché non dovrei averlo”? Poi il risentimento portò alla ribellione. E la ribellione portò alla morte. Questo è il punto di Paolo. La Legge non ha creato il peccato. La Legge ha messo a nudo il suo peccato. La Legge ha rivelato ciò che era già lì. In altre parole, il comandamento è buono perché Dio è buono. Il problema non era il comandamento. Il problema era il cuore peccaminoso di Paolo.

 

Poi nei versetti 9-11 Paolo dice che è stato il comandamento a rivelare la sua vera condizione. La Legge prometteva la vita a coloro che l’avessero osservata perfettamente.  Ma il peccato prende ciò che era destinato a dare vita e lo trasforma in morte (10). La Legge ha messo in luce la distanza tra la santità di Dio e il cuore di Paolo. La Legge ha rivelato che Dio è santo, giusto e buono (12). La Legge ha rivelato che il peccato è veramente peccato, e persino estremamente peccaminoso, e che il salario del peccato è.… la morte (13; Romani 6,23). Ancora una volta, ascoltate attentamente... la Legge non ha portato la morte. Il peccato ha portato la morte. La Legge l'ha semplicemente messa in luce la causa della morte.

 

Pensate a una TAC. La TAC non crea un tumore. La TAC non crea una malattia. Una TAC rivela ciò che è già presente. La diagnosi potrebbe essere dolorosa e potrebbe terrorizzarci. Ma senza la diagnosi non cercheremmo mai una cura. Paolo sta dicendo che la Legge funziona allo stesso modo, rivelando la nostra vera condizione davanti a Dio.

 

Ecco perché la Legge svolge un ruolo importante nella nostra evangelizzazione. Prima che le persone cerchino il perdono, devono capire che ne hanno bisogno! Prima che cerchino un Salvatore, devono capire che sono peccatori! La santa Legge di Dio rivela il carattere santo di Dio e mette a nudo i nostri cuori empì. E questo processo fa male. La Legge ci accusa, ci mette di fronte alla realtà, spoglia via le nostre scuse. Ma solo poiché qualcosa ti fa stare male non significa che sia male.

 

Amico, se non sei cristiano, la Parola di Dio dice che il tuo problema più grande non è la tua educazione, le tue circostanze, le strutture sociali e di potere, o le tue relazioni. Il tuo problema più grande è il peccato che è vivo nel tuo cuore. La Legge di Dio può mostrarti quel problema, ma non può rimuoverlo. Solo Cristo può farlo. Non limitarti solo ad ammirare Gesù. Pentiti e confida in Lui. La Legge fa male poiché dice la verità, risvegliando in noi la realtà che siamo peccatori. Eppure, nonostante ciò che rivela su di noi, il credente impara ad amarla, poiché, come scrisse Paolo ai Galati: “Così la legge è stata come un precettore per condurci a Cristo, affinché noi fossimo giustificati per fede (Galati 3,24)”.

 

La Legge è buona, e noi la amiamo. Come dichiara ripetutamente il Salmo 119, la Legge di Dio rivela il suo carattere, dona la sapienza al suo popolo, e lo protegge dalla distruzione. La Legge è buona. È santa. È giusta. La Legge non è nostra nemica.

 

2. Il male che odiamo (vv. 14–24)

Ma se la Legge è così buona, perché la vita cristiana è ancora una tale lotta? Perché continuiamo a combattere contro la tentazione? Perché continuiamo a cadere in peccati che ci addolorano?  A partire dal versetto 14, Paolo passa al tempo presente, passando dalla bontà della Legge alla realtà del conflitto che permane. Qui ci imbattiamo in uno dei grandi paradossi della vita cristiana. Il discepolo di Cristo ama ciò che è buono, ma spesso non riesce a metterlo in pratica. Il cristiano odia ciò che è male, ma spesso si ritrova a farlo! Qui Paolo, per il nostro bene, apre la finestra del suo cuore e ci permette di vedere la battaglia che si svolge dentro di lui.

 

Sappiamo che, come figli giustificati di Dio, ci è stato dato un cuore nuovo e che lo Spirito di Dio opera in noi. Eppure, la nostra carne non si è arresa senza combattere. E che battaglia può essere! Questa è la tensione della vita cristiana nel già-non-ancora. Siamo già giustificati per sola fede, adottati e uniti a Cristo, ma non ancora glorificati, perfezionati e completamente liberi dalla presenza del peccato. Guardate il versetto 15: Paolo conosce la Legge e la ama. Eppure, quando esamina sé stesso, rimane stupito poiché, invece di fare ciò che ama e ciò che è giusto, spesso si ritrova a fare proprio ciò che odia. Il problema è che il peccato rimane!

 

Paolo si rende conto che la battaglia non è tra la sua nuova identità in Cristo e la volontà di Dio. La battaglia è tra la nuova opera di Dio dentro di lui, e i resti della carne peccaminosa che ancora resiste a Dio. Poi nel versetto 18 Paolo è dolorosamente onesto e totalmente trasparente:  “Difatti io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no”.

 

Egli desidera l’obbedienza. Desidera essere santo e puro. Desidera onorare Dio.  Eppure… incontra continuamente resistenza dall’interno.  Ancora, nei versetti 22–23 dice: “…io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l’uomo interiore, 23 ma vedo un’altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra”.

 

Notate il linguaggio della guerra! Questa non è pace, né neutralità. Questa è una battaglia! Galati 5,17 descrive la stessa realtà: “I desideri della carne sono contro lo Spirito, e i desideri dello Spirito sono contro la carne”. La vita cristiana è un campo di battaglia che richiede di andare avanti, combattere, perseguire Cristo, proprio come Paolo descrive in Filippesi 3.

 

Prima di Cristo, Paolo peccava poiché voleva farlo. Ora pecca e lo odia. Prima di Cristo era in pace con la sua ribellione. Ora è in guerra con essa. La guerra non è facile, e la lotta contro il peccato, la odiamo. Può essere una delle realtà più frustrante della vita cristiana, rendersi conto di quanto sia feroce questa battaglia. Quante volte abbiamo pregato: “Padre, pensavo di aver superato questa fase!” “Signore, perché sto ancora lottando con questa tentazione!” “Perché continuo a cadere negli stessi schemi?” “Dopo tutti questi anni, Signore, perché mi arrabbio ancora così tanto, provo desiderio per gli altri, divento geloso o agisco con tanto orgoglio?” Paolo comprende questa lotta.

 

Pensate a un bambino piccolo. Gli dite: “Non toccarlo”, e vedete come inizia la lotta interiore! Quell'oggetto diventa immediatamente la cosa più allettante e affascinante della stanza. Il bambino sa esattamente cosa gli avete detto. Eppure, qualcosa dentro di lui o lei vuole allungare la mano e toccarlo comunque. Perché? Qual è il problema? Il problema non è il comando. Il problema non è il genitore. Il problema è ciò che rimane nella natura umana. E, se siamo onesti, non siamo molto diversi da un bambino piccolo.

 

Il peccato è ingannevole. Promette libertà, felicità e soddisfazione. Sussurra: “Solo per questa volta”.  "Chi lo verrà mai a sapere?”.  "Ti meriti di essere felice”. Ma alla fine porta con sé senso di colpa, rimorso e infelicità. Ecco perché la lotta di Paolo raggiunge un punto di rottura che vediamo nel versetto 24: Grida: “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?

 

Fratelli e sorelle, siamo salvati per grazia mediante la fede in Cristo, punto e basta! Ma proprio perché apparteniamo a Cristo, odiamo il male che ancora alberga in noi. Odiamo il peccato.

Odiamo questa lotta! Ed è per questo che gridiamo insieme a Paolo! “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?!

 

3. Il Cristo che ringraziamo (v. 25)

Ma mentre Paolo grida, notate come finisce. Non con un’altra domanda. Non chiede: “Quale percorso mi salverà?”, “Quali regole mi libereranno?”, “Quale nuovo rituale mi salverà?”,

Quale sistema numerico, o sapere esoterico, o quale lettura degli astri mi darà finalmente la conoscenze di me stesso che mi manca?” La Legge e la Parola di Dio gli hanno già mostrato chi era. Non chiede: “Che cosa devo conoscere?” ma: “Chi mi libererà?”.

 

E quella domanda stessa rivela qualcosa di molto importante. Cioè, Paolo odia il suo peccato e desidera ardentemente essere libero. Paolo vuole la santità. Paolo vuole Cristo. Infatti, il grido stesso del versetto 24 è una delle evidenze che aveva già gustato nuova vita in Cristo, e che la grazia di Dio era già all’opera in lui.

 

I morti non combattono. I morti non odiano il loro peccato. Potrebbero odiare le conseguenze del peccato. Potrebbero odiare l’essere scoperti. Potrebbero odiare l’imbarazzo o il senso di colpa. Ma i credenti imparano sempre più a odiare il peccato stesso, poiché è contrario alla volontà del Dio che amano.

 

Quindi, Fratelli e Sorelle, mentre gridiamo, come Paolo, per fede, conosciamo già la nostra risposta: “Chi mi libererà?” “Grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore!

 

La risposta di Paolo al peccato che alberga nella vita del credente non viene da dentro di lui. La risposta è Cristo stesso. Cristo è il Liberatore che ringraziamo! Gesù Cristo è colui che ha obbedito perfettamente alla Legge che noi non potevamo obbedire. Gesù è colui che ha portato la maledizione della Legge che noi meritavamo. Gesù è colui che ha sconfitto il peccato, la morte e Satana attraverso la sua morte e risurrezione. Gesù è colui che ci dona il suo Spirito. E Gesù è colui che completerà l’opera che ha iniziato in noi. Quindi, se oggi sei abbattuto dal tuo peccato, lascia che ti incoraggi. La battaglia in sé non dimostra l'assenza della grazia. Molto spesso dimostra la presenza della grazia di Dio nella tua vita.

 

Quindi non fare pace con il tuo peccato. Non nascondere la tua battaglia nell'oscurità. Portala alla luce. Confessala a Dio. Confessala ai fratelli e sorelle di fiducia.  Combattila con speranza, e combattiamola insieme!

 

Questo è il tipo di chiesa che vogliamo essere.  Non vogliamo essere una chiesa in cui tutti fingono di avere la vita sotto controllo. Non vogliamo essere una chiesa in cui manteniamo una bella figura spirituale. Vogliamo essere una chiesa in cui le persone possano dire onestamente: “Sto lottando! Sto facendo fatica!”, e dove possano trovare fratelli e sorelle pronti ad aiutarle a combattere.

 

Ma restiamo vigili! La stessa lotta contro la carne che Paolo descrive qui può manifestarsi anche nelle nostre relazioni, producendo orgoglio, giudizio e divisione. Portare alla luce i nostri peccati e le nostre difficoltà ci aiuta a perseguire insieme l'umiltà e l'unità. La chiesa di Roma aveva bisogno di sentirlo allora, e noi abbiamo bisogno di sentirlo oggi.

 

La maturità cristiana non consiste nel fingere che la battaglia non esista più. La maturità cristiana consiste nel portare la battaglia alla luce e combatterla insieme. Nella nostra lotta contro il peccato, a volte potremmo sentirci come se stessimo annegando. Chi sta annegando non ha bisogno di consigli, ma di qualcuno che lo salvi. Questo è esattamente ciò che Dio ha fatto per noi in Cristo. Ed è per questo che Romani 7 non si conclude con la disperazione, ma con una confessione di gratitudine.

 

Ciò che vediamo in guerra dentro di noi ci porta a gridare nella disperazione, ma la nostra risposta di fede e quella di alzare lo sguardo verso Cristo. Ebrei 7,25 ci ricorda che Cristo è in grado di salvare–non parzialmente, non temporaneamente–ma COMPLETAMENTE coloro che si avvicinano a Dio attraverso di lui. Cristo è il Liberatore che ringraziamo!

 

Quindi, fratello, sorella, guarda a Cristo più di quanto guardi a te stesso. Continua a confessare il tuo peccato e a ringraziare Cristo per la sua liberazione. Più che analizzare te stesso, ringrazia Cristo. Combatti il peccato, ma combattilo con speranza poiché l’esito della nostra battaglia non è incerto. Per concludere, La Legge è buona. Amiamo il bene. Il nostro peccato è terribile. Odiamo la lotta. Cristo è sufficiente. Ringraziamo il Liberatore.

 

Chiesa, mentre sospendiamo il nostro studio di Romani per l’estate, Paolo non ci lascia abbandonati al grido del versetto 24. Non ci lascia a chiederci all’infinito: “Chi mi libererà da questo corpo di morte?”. Né ci lascia a chiederci se la vittoria sul peccato sia possibile. Quando torneremo a Romani, il capitolo 8 ci mostrerà che la vita cristiana non è segnata solo da un grido per una liberazione, ma dalla presenza e dalla potenza dello Spirito Santo.

 

Certo, la battaglia continua. Viviamo ancora nella tensione tra il “già” e il “non ancora”. Ma non siamo stati lasciati a combattere da soli. Lo stesso Spirito che ha risuscitato Cristo dai morti ora dimora in noi e opera per trasformarci a immagine di Cristo. Anche se la nostra vittoria non sarà completa fino al giorno in cui saremo glorificati, la vittoria è già stata conquistata e assicurata in Cristo.

 

Così, mentre lasciamo Romani 7, partiamo con gli occhi fissi su Cristo, i cuori rafforzati dallo Spirito e la nostra speranza ancorata alla promessa che il Dio che ha iniziato in noi un'opera buona, la porterà a compimento. Amen? Preghiamo.


Grazie a tutti coloro che sostengono la Chiesa Breccia di Roma con le loro offerte.