Accolti nella famiglia di Dio - Romani 9,1-13

Accolti nella famiglia di Dio - Romani 9,1-13
Gioele Di Bartolomeo

Anni fa, appena trasferiti a San Giovanni, c’era molto lavoro da fare per una coppia giovane. Avevamo poche risorse, ma eravamo felici e con una casa da ripristinare. Quei giorni erano un via vai tra casa ed i negozi di bricolage e, quando il tempo non bastava, bisognava ricorrere alle famose e costose ferramenta locali. Ricordo ancora la sorpresa dell’aver pagato 3-4 piccole viti una cifra spropositata. Ai loro occhi ero sicuramente un volto nuovo, uno straniero, un cliente temporaneo da cui prendere il più possibile.

Negli anni, ragionevolmente non abbiamo frequentato molto quel negozio, ma abbiamo spesso incontrato i loro proprietari. Qualche settimana fa, di nuovo, ho avuto bisogno di quattro viti per la scrivania delle bimbe e non avevo tempo per andare lontano. Avevo preparato le monete per pagarle care, ma con sorpresa nello stesso ferramenta lo stesso uomo di dieci anni prima, me ne ha regalate il doppio: “vai sereno, cosa vuoi che valgano?”.

A differenza del passato, nei loro occhi ora non siamo più stranieri ma siamo stati accolti nella famiglia del quartiere.

Nella lettera ai Romani, abbiamo visto che non per vicinanza, non per abitudine, ma in Gesù Cristo siamo stati accolti nella famiglia di Dio. Non più distinzione etnica, non più giudeo né greco (Galati 3,28) ma una famiglia riscattata dall’opera del Salvatore ed unità nella fede. In Gesù, Abraamo è Padre di tutti quelli che hanno creduto (Cap 4). Guidati dallo Spirito Santo, ci dice Paolo, abbiamo ricevuto lo Spirito di Adozione mediante il quale gridiamo “Abba Padre” (8,14-15). Abbiamo visto nelle scorse domeniche che Dio ci ha predestinati, ci ha chiamati, ci ha giustificati in Cristo, ci ha resi vincitori e ci ha uniti alla famiglia della fede (Cap 8).

Nel testo di oggi l’autore ci apre questa sezione tra il capitolo 9-11 affrontando il problema dell’incredulità dei suoi parenti più prossimi, gli ebrei. Se Dio aveva promesso che Israele sarebbe stato il suo popolo, eppure la maggioranza non ha creduto in Cristo, significa forse che la promessa, la potenza o la misericordia di Dio stanno venendo meno?

Cerchiamo le risposte nel testo e vediamo insieme tre domande per la nostra chiesa oggi:

1)        Soffri per chi ha rigettato Cristo? (1-5)

La lettera ai Romani non è una dichiarazione a cuor leggero. Paolo parla in verità, guidato dallo Spirito Santo (v1) e mette fuori la tristezza del suo cuore a causa dell’incredulità dei suoi parenti etnici, gli israeliti (v2). Tanta è la sofferenza che se fosse possibile rinuncerebbe alla propria salvezza in cambio di quella della sua gente (v3). Non un popolo qualunque ma la famiglia alla quale appartengono le benedizioni spirituali (v4), la famiglia dalla quale secondo la carne proviene Gesù Cristo, Dio Figlio (v5).

Paolo era un uomo, come direbbe Clay, dalla thick skin (dalla pelle dura). Aveva sopportato le fatiche dell’annuncio del vangelo, la fame, la sete, la prigione, le frustate, la lapidazione, i naufragi (2 Cor 11,23-25), ma davanti al dramma del rifiuto di Cristo da parte del Suo popolo, prova una sofferenza profonda. È pronto a rinunciare a tutto pur di vedere Israele, i suoi parenti secondo la carne, accogliere il Salvatore. Se andiamo più a fondo il rifiuto di Israele sembra incomprensibile. Nessuno come loro era stato preparato a riconoscere il messia: avevano conosciuto l’adozione come Popolo di Dio, ma non riconobbero Colui che pregava “Abbà Padre”, il Dio Figlio (Marco 14,36); videro la gloria della potenza di Dio nella shekinah e nella presenza del tempio ma non contemplarono la Gloria del Figlio (Giov 1,14); ebbero i patti e le promesse, ma non credettero nel loro compimento; ebbero la legge per comprendere la loro perversità ma ne fecero motivo di peccato (Rom 2); ebbero i patriarchi, Abraamo, Isacco, Giacobbe, ma anche Giuseppe, Mosè, Samuele e Davide ma non credettero in loro (Gv 5,46);  ebbero Gesù Cristo tra lo loro stirpe ma lo rifiutarono, lo appesero alla croce (Atti 7,51-53).

Israele è responsabile di non aver fatto uso dei suoi privilegi spirituali. Eppure, l’Apostolo non ne fa una ragione per peccare di odio. Paolo soffre seguendo l’esempio di Cristo in Matteo 23,37 “Gerusalemme che uccidi coloro che ti sono mandati […] quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli […] e voi non avete voluto”. L’uomo di dolore soffrì per l’incredulità del suo popolo.

Anche noi siamo circondati da persone che rifiutano Cristo. La nostra città, i nostri luoghi di lavoro e spesso, drammaticamente, le nostre famiglie allargate, sono luoghi in cui il vangelo è rifiutato. Sono realtà in cui Gesù è deriso, Dio Padre bestemmiato e lo Spirito rinnegato. È facile cedere alla rabbia, alla frustrazione o all’apatia. Quando hai denunciato cento volte quello che non va, quando hai tentato in tutti i modi riportare la tua famiglia a Cristo, quando hai ricevuto l’ennesimo sbeffeggio, l’apostolo Paolo ci insegna una sofferenza santa, alimentata dallo Spirito Santo, spinta dall’amore e radicata in Cristo.

 

2)        Ringrazi di appartenere al popolo della promessa? (6-9)

La disobbedienza di Israele però non mette in discussione le promesse di Dio, infatti, ci dice Paolo, non tutti i discendenti d’Israele sono Israele (v6). Così come fu per Abraamo con la nascita di Isacco, gli eredi non furono i figli della carne, ma i figli della promessa di Dio per il suo popolo (7-9).

“La Parola di Dio non è caduta a terra”, Dio non è venuto meno alle promesse ed alla misericordia. Da qui in poi questo è il punto cardine del pensiero di Paolo. Per comprenderlo più a fondo l’apostolo introduce una distinzione importante e radicale e cioè, che non tutti i discendenti d’Israele sono Israele. Neanche essere eredi di sangue di Abraamo era sufficiente per essere eredi della promessa. Quando il patriarca cercò di aggirare il problema della sterilità di sua moglie, Dio agì mantenendo il suo patto con il popolo della promessa (Genesi 21,12). E quindi non Ismaele, figlio di sangue di Abramo, ma Isacco, promesso in Sara, fu l’erede della promessa (Gal 3,16). Nella storia della redenzione, infatti, ci sono sempre stati due Israele, quello esteriore, fisico ed un Israele interiore, spirituale. Sebbene entrambi godessero dei privilegi spirituali, la promessa di Dio era per quest’ultimo, per il residuo (Isaia 11,16; Mi 5,6). Un resto formato da giusti che hanno ricevuto il perdono e che restano fedeli al patto. Un resto tenuto da Dio e compiuto in Gesù Cristo (Is 11,2), l’Israele manifestato in Gloria (Is 49,3). In Gesù Cristo, l’Israele di Dio è allora costituito dai giudei diventati credenti e dai pagani convertiti (Gal 6,16). Il popolo di Dio, ci insegna Paolo, è stato e sempre sarà quello della circoncisione del cuore (Rom 2,29).

Nel popolo di Dio non ci sono più divisioni etniche. La chiesa di Roma, al tempo della lettera, poteva vivere nel ringraziamento nel godere dell’unità tra Giudei e gentili cristiani, frutto della continuità della promessa in Cristo.

Anche noi per fede in Gesù Cristo siamo stati accolti nella famiglia di Dio. Come dirà Paolo più avanti siamo i rami innestati nell’olivo selvatico (Rom 16,17). Il piano di Dio non si è mai fermato, non ha mai cambiato strada e le sue Parole non sono cadute a terra. Le promesse di Dio sono sempre state per gli eredi in Gesù Cristo. Non siamo il ‘piano B’, non siamo i figli scappati di casa ma siamo gli eredi della promessa. Fratelli e sorelle, radichiamo le nostre vite nel piano eterno di Dio per il Suo popolo. Inneschiamo una cultura di ringraziamento per essere stati fatti il popolo di Dio. Un residuo, un popolo tra i popoli ma eredi in Cristo delle promesse.

3)        Ammiri l’opera di Dio? (10-13)

“Ma c’è di più”, (cosa può esserci di più?) Come per Abraamo, anche sua nuora Rebecca concepì due figli ad Isacco, due gemelli (v10). Ma prima che i gemelli fossero nati, prima che potessero compiere qualsiasi opera o pensiero, uno solo fu eletto per essere erede della promessa (v11). Infatti, le fu detto “il maggiore servirà il minore” (v12). Dio scelse di amare Giacobbe e di odiare Esaù (v13).

Paolo rinforza l’affermazione del versetto 6, “la Parola di Dio non è caduta a terra”. L’opera di Dio è proseguita nella promessa ad Abraamo in Isacco, ma c’è di più. Qualcuno avrebbe potuto sostenere che Ismaele fosse stato escluso perché era figlio di Agar, la schiava, mentre Isacco era figlio di Sara, oppure richiamare le circostanze della sua nascita. Qui Paolo mostra nuovamente lo stesso principio nei gemelli: essi avevano lo stesso padre, la stessa madre, erano entrambi pienamente discendenti fisici di Abraamo, ma solo uno ereditò la promessa. Prima che fossero nati, prima di compiere qualsiasi pensiero, qualsiasi opera, Dio scelse Giacobbe ed escluse Esaù (Malachia 1,2-3). “Tutto affinché rimanesse fermo il proponimento di Dio secondo elezione”.  Il vero Israele è il popolo eletto da Dio ad avere fede nel Salvatore Gesù Cristo. Paolo per elezione usa la parola ἐκλογή (eklogḗ) che vuol dire trarre fuori o scegliere. La promessa di Dio non si basa su una preconoscenza degli eventi futuri ma su una scelta. Dio elegge Abramo, Isacco, Giacobbe ed esclude Esaù. Il piano di Dio va contro i criteri naturali della discendenza “il maggiore servirà il minore” e non si piega al principio dell’ugualitarismo; infatti, “ho amato Giacobbe e odiato Esaù” (Malachia 1-3).

Le promesse di Dio date nell’antico testamento non erano mai rivolte automaticamente a chiunque discendesse dai patriarchi, ma era necessaria una fede spirituale frutto dell’elezione divina.

Fratelli e sorelle, fuggiamo la tentazione di accusare Dio di arbitrarietà. Dio non sceglie a caso ma le ragioni della sua scelta non si trovano in noi. Dio sceglie chi crederà e chi, pur non avendone alcun merito, sarà salvato ed allo stesso tempo stabilisce chi si ribellerà e chi, a causa del proprio peccato, sarà giustamente perduto.

Possiamo affermare con certezza, con stupore ed ammirazione che tutto ciò che ci ha portato a Cristo è il frutto dell’elezione di Dio. È Dio che ci ha accolti nella sua famiglia. Questo è il tempo per fidarsi della Parola, per ravvedersi della propria incredulità e per dare Gloria ad un’opera che non possiamo comprendere pienamente ma siamo chiamati ad accogliere.

In una società dove le scelte personali sembrano essere il fulcro di tutto, l’elezione è una pillola indigesta. Per noi, invece è la grande consolazione prodotta dallo Spirito Santo in noi di sapere che il nostro Padre non è venuto meno nelle Sue promesse per il Suo Popolo. Ammira l’opera di Dio.

Ora abbiamo le nostre risposte.


Grazie a tutti coloro che sostengono la Chiesa Breccia di Roma con le loro offerte.