una comunità sacerdotale

Per essere una comunità sacerdotale

1 Pietro 2,9

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“Noi desideriamo essere una comunità di discepoli di Gesù Cristo che serve la città di Roma in modo profetico, sacerdotale e regale”. Così recita la dichiarazione programmatica della nostra chiesa che delinea la nostra aspirazione di vedere l’evangelo diffondersi in modo capillare per aprire brecce, porte e fessure in vista di una stagione di riforma spirituale. La settimana scorsa ci siamo interrogati su cosa significhi per noi essere una comunità profetica. Abbiamo detto che i profeti sono quelli che conoscono la storia che tiene insieme una città e hanno il coraggio di raccontarne un’altra. La storia di Roma è stata segnata dalla ricerca della “pace romana”, promessa dall’impero e non realizzata, promessa dalla religione e non realizzata, promessa dallo stato e non realizzata. La pace romana mancata ha prodotto delusione, frustrazione, cinismo ed egoismo. Le persone sono scettiche e tendono a cercare di sopravvivere ognuno per sé. L’evangelo di Gesù Cristo è la promessa di una diversa pace: la pace di Dio realizzata tramite la morte e la resurrezione di Cristo e annunciata a tutti. Coloro che credono in Cristo ricevono la pace, la vera pace con Dio, con sé stessi e con gli altri. La pace di Dio è la profezia alternativa del vangelo che i profeti a Roma devono annunciare. Una pace ricca, generosa, profonda, contagiosa. La comunità profetica deve anche mostrare la realtà di questa pace nella sua vita.

Insieme alla vocazione profetica, c’è quella di essere una comunità sacerdotale. La parola “profeta” può essere facilmente confusa ed è giusto capirla nel suo significato biblico, ma il termine “sacerdote” è ancora più equivoco. Cosa significa essere sacerdoti a Roma?

1. Siamo tutti sacerdoti!
Si può dire che Roma abbia dato alla parola sacerdote un significato deviante che ha inquinato il senso della parola. Nella sua lunga storia, Roma ha associato alla figura del sacerdote una casta religiosa radicalmente diversa dai semplici fedeli, dai laici, dai credenti normali. Ha diviso il popolo dei credenti in sacerdoti e laici. Ha creato un “ordine” sacerdotale che da solo poteva amministrare le cose sacre, impedite ai semplici credenti. I sacerdoti soltanto hanno potuto amministrare i sacramenti (l’eucaristia, la confessione, ecc.) mentre ai laici è stato impedito. Ai sacerdoti è stato imposto il celibato e di vestirsi in un certo modo. Si è creata una classe separata dal punto di vista sacramentale: una classe gerarchicamente superiore ai semplici credenti. Tutto questo processo ha fatto sì che il rapporto con Dio dei semplici credenti dovesse essere sempre “mediato” dalla casta dei sacerdoti. Nella relazione con Dio tutto doveva passare dal sacerdote e quindi dalla classe dei sacerdoti: la chiesa.

Questo è contro la Parola di Dio. La Bibbia ci dice che Gesù ha compiuto in sé stesso il sacerdozio dell’Antico Testamento. Lui è il Sommo Sacerdote, vero uomo e vero Dio, il solo e unico Mediatore tra Dio e gli uomini. Lui salva chi crede, Lui perdona chi confessa il peccato, Lui assolve quelli che si pentono. Lui è il Sacerdote grazie a cui è possibile avere la pace con Dio. E Lui ha creato un popolo di sacerdoti: cioè di persone che hanno un rapporto personale, responsabile, diretto con Dio tramite Gesù Cristo. Per arrivare a Dio non si deve passare dai sacerdoti umani, ma solo ed esclusivamente dall’Unico e Perfetto Sacerdote: il Signore Gesù!

Siccome Gesù è l’unico sacerdote, la chiesa è un popolo di persone che hanno la libertà di pregare Dio, di parlare a Dio e di Dio, di celebrare Dio, di servire la chiesa in tutti i modi legittimi possibili, di ricevere da Dio le sue benedizioni tramite Gesù Cristo! La chiesa non amministra la grazia, non fa la grazia a chi si avvicina al suo sistema sacerdotale! Essa è una comunità orizzontale di perduti che sono stati salvati per grazia soltanto, mediante la fede soltanto, grazie a Gesù soltanto. Gesù è il capo, Gesù è il centro, Gesù è il Sacerdote. Noi stiamo tutti sotto di Lui, intorno a Lui, vicini a Lui, senza distinzione di classe spirituale.

L’inganno della chiesa che ha creato la casta dei sacerdoti è stato quello di voler diventare un’istituzione in mezzo tra Dio e gli uomini che dispensava la grazia divina. Per questo è diventata una chiesa potente, ricca, temuta: una struttura di potere più che di testimonianza. Una struttura piramidale più che una famiglia allargata. Un impero più che una chiesa. Nel XVI secolo, Martin Lutero capì proprio questo: che la chiesa era diventata qualcosa di diverso dalla chiesa voluta dal Signore Gesù. C’era quindi bisogno di una riforma, di un cambiamento radicale. Per questo, Lutero parlò del “sacerdozio universale” dei credenti. Ogni credente è un sacerdote, uno accanto all’altro (non uno sopra all’altro) e tutti intorno al Sommo Sacerdote Gesù. Di questo messaggio Roma ha ancora bisogno. Ha bisogno di vedere Cristo e non la chiesa sacerdotale, ha bisogno di ricevere Cristo e non i favori di una casta religiosa. Ha bisogno del Grande e Unico Sacerdote, non di una schiera di sacerdoti umani che si mettono in mezzo pretendendo di fare da mediatori nel rapporto con Dio.

2. Siamo tutti responsabili!
La chiesa è un popolo sacerdotale perché beneficia dell’unico sacerdozio di Cristo e testimonia ad altri della salvezza che il Sacerdote ha acquisito per chi crede. Nella città che ha portato la chiesa ad essere mediatrice tra l’uomo e Dio, è importante che vi siano comunità dell’evangelo non accentratrici verso sé ma testimoni verso Cristo. L’essere sacerdoti per noi significa stare vicino a Dio e stare vicino gli uni agli altri. Dimorare in Dio e, essendo benedetti da Lui, benedire gli altri e la città. Sacerdoti significa essere prossimi, in relazione, in un rapporto. Prossimi a Gesù, l’unico Mediatore, e prossimi alla città, bisognosa della salvezza di Cristo. Non una comunità impenetrabile, distratta, disattenta, menefreghista, o solo interessata a sé stessa, ma una chiesa nella città e per la città, una chiesa nella rete della città, prossima ai suoi affanni, alle sue difficoltà, ai suoi bisogni. Il profeta è quello che annuncia l’evangelo, il sacerdote è quello che è prossimo a chi viene annunciato il messaggio. Una chiesa è diversa perché basata su una storia diversa, ma prossima perché desiderosa di servire. Una chiesa solo profetica rischia di essere lontana dalla gente. Una chiesa solo sacerdotale rischia di essere troppo simile alla gente. Questi sono rischi reali. Chiese che abusano della profezia possono diventare chiese gelide e senza empatia. Chiesa che abusano del sacerdozio sono chiese che riproducono il mondo esterno. Una chiesa profetica e sacerdotale sarà diversa e vicina, distinta e avvicinabile, fiera del suo messaggio e compassionevole verso il prossimo.

Chiediamoci: quali sono stati gli effetti sulla città di una chiesa che ha inventato ed imposto la casta sacerdotale? Sono tanti e sotto gli occhi di tutti. L’idea che è stata promossa per millenni in questa città è che per avere un rapporto con Dio dovevi “delegare” la chiesa a farlo per te. Tu come laico non potevi e non dovevi avere un rapporto personale con Dio. La chiesa dei sacerdoti ci avrebbe pensato: i laici avrebbero dovuto fare altro, ma alla religione ci avrebbe pensato la chiesa. Il popolo avrebbe dovuto tornare periodicamente alla chiesa, ma non sarebbe stato responsabile di coltivare la fede in modo personale e comunitario. Si è sviluppata la cultura della delega, non della responsabilità. “Ci pensa la chiesa, non io. Se ho bisogno di Dio, vado dalla chiesa che mi amministra Dio, ma non sono io pienamente coinvolto nel cammino cristiano”. Quando poi la gente non ha più avuto fiducia della chiesa o non ha avuto più paura della chiesa, ha pensato che eliminare quella chiesa sarebbe stato eliminare Dio. Oggi molte persone deluse dalla chiesa, dicono di non credere in Dio. Hanno associato la chiesa impero a Dio e, rifiutando la prima, hanno rifiutato il secondo. E’ nostro compito dire con gentilezza e fermezza che la chiesa-impero non ha nulla a che vedere con l’evangelo. L’unico Sacerdote è Gesù Cristo, e Lui non ha CEO o amministratori delegati in terra.

La cultura della delega si è imposta come il principale modo di vivere della città. Di coltivare il rapporto con Dio, io non sono responsabile: ci pensa la chiesa. Di coltivare il bene della città, io non sono responsabile: ci pensa il Comune. Di curare l’educazione dei figli, io non sono responsabile: ci pensa la scuola. Di provvedere al mio futuro, io non sono responsabile: ci pensa lo stato. La cultura della delega, partendo dal rapporto con Dio, ha costruito un sistema in cui le persone non si sentono responsabili di vivere bene, civicamente, per il bene di tutti, ma delegano agli altri. C’è sempre qualcun altro che è responsabile, non noi! E così facendo la vita è resa difficile per tutti. Ci vuole un rinnovamento spirituale per portare un cambiamento profondo a questa spirale della delega. L’evangelo rende responsabili: di come nutri la tua relazione con Dio, di come vivi la tua vocazione, di come lavori, di come guidi, di come vivi con gli altri. Ognuno deve fare la sua parte, partendo dalla responsabilità personale: questo è il sacerdozio universale di cui Roma ha bisogno. Io prego e spero che la nostra chiesa sia una palestra di responsabilità. La vita della chiesa non dipende dai pastori, ma da tutti. Il discepolato non dipende da pochi, ma dall’impegno di tutti. La crescita della chiesa non è esclusiva degli evangelisti, ma richiede la testimonianza di tutti.

Gesù Cristo è il Sommo sacerdote: Lui è l’unico mediatore tra Dio e noi. Noi siamo vicino a Lui e vicini agli altri. Qui vogliamo imparare a vivere la cultura dell’evangelo che ci fa rinascere ad una responsabilità diffusa, a un impegno personale, ad una partecipazione corale. Sapremo aprire questa breccia a Roma?

Leonardo De Chirico